La richiesta più difficile
Da poco, nel vangelo di Luca, Gesù ha scelto i propri discepoli, con cui predicare fino a Gerusalemme, il fulcro della vita religiosa ebraica. Subito dopo il discorso della montagna, in cui ha espresso diverse “beatitudini” controintuitive. Ecco dove si colloca la richiesta di amare i nemici.
Difficile trovare una pericope più controversa e combattuta: non perché vi siano dubbi filologici al riguardo, ma proprio perché pare un errore il poterlo pensare. Onestamente, credo che, in tutta la mia vita, questo passo sia stato proprio quello maggiormente messo in discussione. “Proprio amare”? Il solo sentire quel verbo, accostato al sostantivo nemico è causa di orticaria, più o meno per tutti. Eppure, da duemila anni sta lì: a provocare fastidio, suscitare reazioni più o meno composte. Eppure, la sua collocazione ci dà subito un primo suggerimento: è una richiesta in vista della felicità, anche se potrebbe parere assurdo o paradossale.
Non solo brave persone
Il nemico è – per sua stessa definizione – ciò che si oppone, qualcosa più di un fiero avversario: qualcuno che si frappone dinnanzi alla nostra felicità. Ecco perché è così difficile accordargli amore. La gratuità che richiede è un monito a puntare un po’ più in alto del rispetto e della reciprocità. Gesù non ha mai chiesto di essere “persone perbene”. Non perché non sia necessario. Ma è solo il primo passo. Le “persone perbene” sono presenti anche nel vangelo, ma diventano seguaci di Cristo solo quando accettano di lasciar perdere i compromessi, perdere i propri privilegi e, anzi, mettere la propria influenza a servizio del prossimo.
La sfida della gratuità
«Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?» (Lc 6, 32)
Questa domanda, impegnativa almeno quanto la precedente, scompiglia l’ordinario e ci spinge a domandarci quanto vogliamo prenderci sul serio. Ricambiare un favore non è facoltativo: è solo il minimo indispensabile. È impossibile pensare a fare qualcosa di meno. Ma non è abbastanza. Per essere lievito[1], il cristiano alla sfida della gratuità. Amare anche quelli che non lo amano, aiutare anche quelli che non lo aiutano, non restituire male per male, pregare per i propri persecutori[2]: l’evangelista Matteo è, al riguardo, se possibile, ancora più specifico.
Le parole di Erika
Rimettere gli occhi su queste parole del Vangelo non può che farmi tornare, con la mente e con gli occhi, a quelle di Erika, vedova di Charlie Kirk, durante la celebrazione in memoria del marito. Tante le opinioni che si sono succedute, di fronte al perdono, espresso di fronte ad una platea, per così dire, mondiale: “Non era sincera, recitava”; “È troppo presto”; “Il vero perdono richiede la conversione”. Tralascio quelli non degni di nota. Una sola cosa è certa, anzi due. La prima è che il cuore dell’uomo (e della donna forse ancora di più…) è un abisso[3], che solo Dio può conoscere, oltreché abitare. La seconda è che il perdono è una cosa troppo anomala per non pensare che in una situazione così destabilizzante (è oggettivamente uno shock perdere un marito giovane, sano e senz’alcun indizio di morte, nel giro di un secondo), anche solo pensare al perdono non può che essere frutto della grazia, non della forza personale.
Ricerca (legittima) di autenticità
Io non posso assicurare cosa possa ribollire nel cuore di questa donna, dopo un evento così tragico ed inatteso. Anche qualora vi fosse odio o rancore (il perdono è un cammino), il solo fatto che abbia scelto di guardare a Cristo e proclamare la propria disponibilità al perdono sono motivo di speranza. In un mondo, come quello dei nostri giorni, lacerato dalla guerra e dalla violenza, in cui pare quasi impossibile trovare un accordo che possa salvare delle vita e mitigare lo spargimento di tanto sangue innocente, è stato possibile vedere un gesto controcorrente. Io non posso garantire l’autenticità di nulla, ma penso che sia stato un momento necessario. Dopo che il video di una violenza inaudita aveva fatto il giro dei social, dopo che il male aveva dilagato, era necessario che l’amore coprisse ogni colpa[4].
La fame del mondo
Una persona che decide, riponendo la propria forza in Dio, di fare il primo passo, senz’alcuna garanzia da parte della controparte. In un mondo affamato di pace e d’amore prima che di ogni altra cosa, è stato un gesto potente. Che richiede, naturalmente, la conferma nell’impegno e nella preghiera quotidiani (lo ha detto Lui, ce ne rendiamo conto ogni giorno: «senza di Me, non potete fare nulla»[5]). Sono parole potenti, che si possono sempre pronunciare solo dopo aver preso un respiro profondo, perché hanno un significato enorme e non si possono mai pronunciare alla leggera. A volte, il rischio è che proprio i cristiani se ne abituino e non si soffermino. Senz’altro, non è l’unica persona che ha compiuto questo gesto, anzi, forse solo l’ultima di una lunga serie, di cui Stefano fu il primo di cui abbiamo notizia[6], ma, ancora oggi, lascia un segno, soprattutto in chi non crede.
Un interrogativo per ciascuno di noi
La realtà è che non ci è dato sapere come ci comporteremmo al posto di un altro. Facciamo ipotesi, ma solo quando siamo dentro ad una situazione possiamo verificare i nostri “se” alla prova dei fatti, mai prima. Talvolta, ci sorprendiamo di un coraggio imprevisto; forse, più spesso ci stupiamo di quanto rimaniamo paralizzati, incapaci di prendere posizione in modo netto e deciso. Come avremmo fatto al suo posto? Io non saprei dirlo. Ognuno, però, è chiamato ad agire nel suo piccolo mondo, ad influenzare le persone che incontra nel suo quotidiano, a parlare con un modo di agire e di essere che si conformi, nei limiti dell’umano, a quello di Cristo. Ciascuno di noi è chiamato a portare il buon profumo di Cristo, affinché chi ci incontra possa avvertire nostalgia di Casa e comprendere almeno un po’ di quell’amore di Dio che, anche di fronte al dolore, è capace di spalancare le sue braccia. Solo così si costruisce davvero la pace. Con un gesto di gratuità alla volta, con il coraggio, nel nostro piccolo quotidiano di non aspettare il contraccambio, ma di agire per primi, disposti a rinunciare alla contabilità.
Rif. Vangelo della V Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore
Fonte immagine: boredpanda
[1] Vd. Mt 13, 31
[2] Vd. Mt 5, 38 e ss.
[3] Vd. Sal 63
[4] Vd. Pr 10, 12
[5] Vd. Gv 15, 5
[6] Vd. At 7