Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
Bimba felice, sorride, in mezzo al campo, col vestito nuovo, color papaya

Una piroetta di gioia

«Dite alla figlia di Sion: “Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”. Li chiameranno “Popolo santo”, “Redenti del Signore”. E tu sarai chiamata Ricercata, “Città non abbandonata”» (Is 62, 11)

Un nome nuovo, da indossare come un abito nuovo. Prezioso, prestigioso, ineguagliabile. Di cui andare orgoglioso. Da farci una piroetta di gioia, come le bimbe quando ricevono un bel vestito per partecipare ad una festa.


Alla scoperta dell’amore

È un invito a scoprirsi amati, oggetto d’amore. E l’uomo, fosse il peggiore esistente su questa terra, una volta che si sente amato, cambia volto. Si sente più forte, più bello, più capace di “dare del tu” alle sfide dela vita, perché sorretto da una stima di cui, fino a quel momento, non si era ancora accorto. Se, fino a quel momento, gli sembrava di navigare a vista, su una piccola zattera, durante una tempesta, ora è tutto diverso: la tempesta non si è placata, ma si è reso conto di non essere solo ad affrontarla e non è una differenza di poco conto.

Un nome nuovo

Nella Scrittura, è molto frequente che un personaggio cambi il proprio nome: quasi sempre, in vista di una particolare missione cui è chiamato. Si pensi ad Abramo[1], Giacobbe[2], Pietro[3].  

In questa tradizione si inserisce l’usanza per cui il Pontefice, eletto al soglio petrino, cambia il proprio nome; allo stesso modo (una volta obbligatorio, oggi, facoltativo), in alcuni ordini religiosi è possibile cambiare il proprio nome (di Battesimo o “civile”) con un altro (definito “religioso”) oppure, più semplicemente a livello burocratico, aggiungere uno o più nomi al proprio, al momento della professione religiosa. È un segno anche questo, che dice, a sé e agli altri, di un cambiamento nella propria vita: una svolta, oltre la quale non guardare più indietro, ma solo avanti, affidati alle mani di Dio.

Il caso anomalo di Maria

È curioso che ciò non avvenga, almeno ufficialmente, nei riguardi della Madonna, dal momento che le è riservato il compito più importante che una creatura umana abbia mai rivestito: introdurre nel mondo il Figlio di Dio, fatto uomo per noi. Nonostante ciò, non vive alcuna “cerimonia” in cui mutare il proprio nome. Già nei Vangeli, riceve, in particolare, due epiteti.

Piena di grazia

Il primo, proprio durante l’Annunciazione: «piena di grazia», o, meglio: «ricolma, sovrabbondante di grazia». È più della semplice benevolenza. È una grazia particolare, ricevuta da Dio, di cui Maria è consapevole, come possiamo vedere dal modo in cui, nel Magnificat, è consapevole di come il motivo per cui sarà ricordata per generazioni, non è una grandezza dovuta a meriti personali, bensì la grandezza di chi si fa piccolo per essere inabitato da Dio.  

Madre

Il secondo epiteto compare al tramonto della vita terrena di Cristo, proprio sotto alla Croce del Figlio. «Figlio, ecco tua madre!»[4] sono tra le ultime parole che Cristo affida, prima di morire. A chi gli ha insegnato ad essere uomo, tra gli uomini, affida quel nugolo di smarriti, di fronte al dolore, all’angoscia, alla nostalgia che ogni morte e, in particolare, quelle cruente, portano con sé. Affida ciascuno di noi. Perché ciascuno di noi, persino chi non ha potuto sperimentare la tenerezza di una madre, possa percepire, nel cammino della vita, la carezza femminile d’una mano materna.

Serva del Signore

Un altro è, poi il nome che la Madonna stessa si riconosce: «serva (ancella) del Signore»[5]. Questo nome richiama l’obbedienza[6], un termine difficile, oggi. Difficile perché siamo poco disposti ad ascoltare. E l’obbedienza richiama un ascolto, per così dire, intenso, dal momento che l’etimologia della parola (ob-audire), richiama l’ascoltare, stando di fronte. La bellezza di una relazione diretta, senza barriere interposte, senza media. “Ascoltare con gli occhi” è, forse, l’unico modo per poter, poi, obbedire col cuore. Perché solo tramite un contatto tra occhi e occhi, tra sguardo e sguardo, che passa quella comunicazione che le parole non sanno esprimere.

“Mai senza l’uomo”

Spiace per i fanatici dell’autonomia, ma, nonostante la sua onnipotenza, Dio, dalla notte dei tempi, persevera in un’altra tradizione, che, parafrasando Michel de Certeau[7], potrebbe condensarsi nel motto “Mai senza l’uomo”. Con Mosè sul Sinai e nel deserto, con Giosuè nella Terra Promessa, tramite Maria s’incarna, per farsi prossimo all’uomo, da lui creato. Non ha mai voluto rivelarsi all’uomo, senza l’uomo. O, come dice S. Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te!”[8].


Rif. Letture festive ambrosiane, nella VI settimana di Avvento (detta Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità di Maria): Is 62, 10 – 63, 3b; Fil 4, 4-9; Lc 1, 26-38 (lo stesso Vangelo letto dal rito romano, in occasione della solennità dell’Immacolata)


[1] «Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò» – Gen 17,5
[2] «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» – Gen 32, 29
[3] «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro) – Gv 1,42
[4] Gv 19,27
[5] Lc 1,38
[6] “Terra obbediente” la chiama David Maria Turoldo, in una sua poesia
[7] Che intitola un suo libro “Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza” (Qiqajon, 1993)
[8] Sant’Agostino, Sermo CLXIX, 13

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