Ospitalità conventuale

San Benedetto e l’ospitalità

«Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13, 1)

Probabilmente, era a questo passo che pensò san Benedetto quando, nella Regola, raccomandò ai suoi monaci di praticare l’ospitalità. E l’Europa si ricoprì di foresterie  monastiche, l’antenato dei nostri alberghi, luoghi sicuri dove passare la notte, con la certezza di trovare un boccone un letto per dormire e un tetto sopra la testa. Difficilmente l’offerta era più ampia, all’epoca: sicuramente non c’era il riscaldamento e spesso si trattava di un’unica grande stanza per accogliere i viandanti sorpresi, nel loro tragitto, da tempo avverso.

Una vedova accorta

 A Sarepta di Sidone, viveva una vedova accorta. Consapevole della carestia, conservava con la cura possibile a quel tempo, ogni singola porzione di cibo, ogni goccia d’olio, per allungare nel tempo la possibilità di approvvigionamento per sé e per il figlio (sua unica ricchezza). Eppure, alla richiesta di Elia, non rifiuta nulla all’uomo di Dio, disponendosi alla più logica delle conseguenze: consumarsi di fame, lei e suo figlio, pur di non venir meno all’aureo dovere dell’ospitalità, così profondamente interiorizzato nello spirito mediterraneo, come ci suggeriscono brani intensi dell’epica omerica[1], nell’Odissea.

La ricompensa della generosità

Lo sguardo all’epica greca ci ricorda come, al di là della religione monoteista, era già riconosciuta una certa sacralità al dovere dell’ospitalità nelle culture pagane di epoca antica.
Il disappunto che colora il ritratto di Polifemo ne è un primo sentore: non serve aspettare il contraccambio, affinché sia possibile sperimentare la bellezza dell’ospitalità. Si tratta di un dovere intrinseco, tanto più interiormente sentito come necessario, quanto più l’assenza di strutture recettive predisposte alla sosta, lungo le vie più percorse, rendeva indispensabile fermarsi a dormire in un luogo che potesse essere ritenuto sicuro sia rispetto ad agguati di banditi, sia rispetto all’inclemenza atmosferica.

Basta un bicchiere d’acqua

Ogni tanto, mi soffermo a pensare a chi si è preso cura della mia fragilità, facendomi sentire “a casa”, con uno sguardo, un sorriso… un bicchiere d’acqua[2]. È la dimostra di come, ancora oggi, sia possibile il piccolo miracolo di una gratuità che vede l’altro semplicemente come un essere umano, un fratello da accogliere, chiunque sia. Ancora oggi, come in epoca antica, quasi a ricordarci che il cuore dell’uomo è pur sempre quello, anche nell’era del progresso e del consumismo sfrenato, teso a reificare l’uomo.

Ricordi africani

La pericope evangelica matteana diventa inevitabilmente eco dell’esperienza di qualche giorno in Africa, esperienza potentissima della forza umile dell’ospitalità generosa che alberga, pare, quasi in modo privilegiato, in chi ha meno di tutti. Tra polvere rossa, aria rarefatta e povertà che morde allo stomaco, è sotto una tettoia in legno che ti accorgi che c’è ancora chi è disposto a rinunciare alla porzione per sé, finché non vede sazio te. Perché l’ospite è sacro, anche se siamo nell’Africa più nera, dove l’uomo bianco è arrivato solo per portare disordine, scompigliare confini, saccheggiare la natura. Non importa chi sei, ogni ospite a diritto di essere accolto. Dimostrazione incarnata di quella fede nel centuplo, già promessa e in cammino per tutti gli uomini di volontà; muto insegnamento per quel mondo “avanzato”, che ha bisogno di andare a scuola in Africa per imparare l’ospitalità.


Rif. letture festive ambrosiane, nella VI domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista

Fonte immagine: Ospitalità conventuale


[1] Ne è un esempio in positivo l’ospitalità dei Feaci e di Nausicaa (libro VI), mentre lo è in negativo il capitolo di Polifemo (libro IX).

[2] Vd. Mt 10, 42

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