Spreco divino

Una liturgia particolare

La Domenica delle Palme, nel rito ambrosiano, è una liturgia paradossale, poiché fa convivere il carme del servo sofferente di Isaia[1], con il Vangelo che descrive l’ingresso trionfale a Gerusalemme[2]; per altro, senza prevedere la proclamazione della Passione, al contrario di ciò a cui assiste chiunque, invece, abbia, nel mondo il rito romano.

Il risultato potrebbe essere difficile da gestire, per il fedele, peraltro, rischiando di amplificare quella antitesi tra Antico e Nuovo Testamento, di eredità marcioniana, esplicitamente in contrasto con il concilio Vaticano II (particolarmente evidente, al numero 11 di Dei Verbum, che evidenzia l’opposto!).

Il servo sofferente

La Prima Lettura, tratta dal capitolo 52 del libro di Isaia, ci invita a guardare al Servo sofferente, che abbiamo imparato ad identificare, nel Cristo che s’offre per noi. S’offre, senza nessuna garanzia. A perdere. Cioè: disposto a perdere. Ma con lo sguardo rivolto alla Vittoria.

Perché, anche velati di lacrime e di sangue, i Suoi occhi, come quelli di un rugbista sotto i colpi dell’(A)vversario, non hanno mai smesso di guardare avanti, sempre avanti, verso quella meta, la salvezza d’ogni uomo, che è la speranza e il desiderio che, da sempre, abita il cuore del Padre.

    Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà le loro iniquità. / Perciò io gli darò in premio le moltitudini, / dei potenti egli farà bottino, / perché ha spogliato se stesso fino alla morte / ed è stato annoverato fra gli empi, / mentre egli portava il peccato di molti / e intercedeva per i colpevoli (Is 53, 11 – 12)

Dai Padri in poi, i cristiani hanno visto in questo ritratto profetico un’anticipazione dell’offerta di Cristo, in riscatto di tutti gli uomini, di ogni epoca, storia, nazione e geografia.

Il Messia capovolto

Cristo è Messia capovolto: di fronte alla potenza di un regno terreno, Lui contrappone un regno con una potenza incomprensibile ai nostri occhi. Dietro la fragilità di un corpo battuto, si cela la fortezza di un animo che guarda con speranza oltre la Passione che sta vivendo, perché, mentre gli occhi di carne non vedono altro che il seme che muore, gettato nel terreno umido, gli occhi della fede anticipano le spighe che biondeggeranno nei campi, in vista della mietitura.

Nel suo volto, piagato dal male, si condensa l’amore del Padre che, al contrario di noi, non si stanca di volgere il Proprio sguardo a colui che è stato trafitto, da noi. Senza, per questo, smettere di amare noi, che lo abbiamo trafitto e lo trafiggiamo continuamente.

Lo spreco (pietoso) di Maria

Di fronte allo spreco pietoso di una donna[3], che mostra vero e profondo affetto a Cristo, Giuda non riesce a far e a meno di contare i soldi, esprimendo un rammarico pauperistico per i poveri non sfamati. Ma Cristo loda la donna e la propone a modello, mentre l’evangelista sottolinea l’infondatezza dell’osservazione di Giuda. Tale osservazione dovrebbe, quanto meno, indurci a pensare che anche l’osservazione precedente, ancora oggi, possa non provenire da un reale interesse per il bene dell’altro, ma da secondi fini, o – quanto meno – secondi pensieri. Maria di Betania vede Cristo: ne nutre l’umanità, ne accoglie la divinità, cui già si è affidata per la ri-vivificazione del fratello, Lazzaro[4].

Lo sguardo prismatico divino

Lo sguardo di Dio è uno sguardo – per così dire – prismatico. In un solo momento, abbraccia passione, morte e resurrezione. È per questo che Giovanni, già nel momento in cui Cristo spira, considera compiuta la redenzione6, richiamando, in tal modo la pienezza dei tempi, che aveva evocata durante il proprio Prologo. La glorificazione di Cristo passa per la Croce, come punto di intersezione tra il dolore per la sofferenza e la gioia per la resurrezione, perché «dopo il suo intimo tormento vedrà la luce» (Is 53,11). Così si capisce anche il legame tra Trasfigurazione e Resurrezione: uno sguardo tras-figurante (non: s-figurante!) è capace di vedere oltre. Che significa: vedere ciò che c’è, ma non solo, vedere di più. Solo assumendo questo sguardo, che è proprio di Dio, possiamo vedere nelle ferite della Passione sul corpo martoriato di Cristo, le feritoie che rimangono sul Suo corpo glorioso, una volta risorto.

Lo spreco (tenace) di Dio

Lo spreco (non: il risparmio!) da sempre è lo stile di Dio. Un’eccedenza che caratterizza il suo stile: dai pani ai cinquemila[5] al Golgota. E oltre. Non si accontenta di un po’, di una parte, di una corrispondenza precisa. Cerca l’uomo negli anfratti in cui si nasconde, per evitare Dio. Ritorna per la sua salvezza. Si reca nel regno degli Inferi, per prendere per mano Adamo (quest’iconografia è diffusissima, nelle icone). Propone all’uomo la sua amicizia, con spreco tenace. Ne attende la conversione, con pazienza infinita. E va a nostro vantaggio che non agisca, come a volte chiediamo, contro i malvagi. Perché vediamo sempre il male degli altri, mai il nostro. Ed è solo grazia che trattenga in seno la destra[6] e attenda (una volta di più!) che torniamo a Lui…


Rif. letture festive ambrosiane, nella Domenica delle Palme

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Fonte immagine: Pexels


[1] Cc. 52-53

[2] Gv 12, 12-16

[3] Gv 12, 1-11

[4] Gv 11, 1-44

[5] Gv 6, 1-15

[6] Cf. Sal 74, 11

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