E’ stato dimenticato come un uomo nella bara sottoterra: “E’ ancora vivo?” mi ha risposto, incredulo, un addetto ai lavori quando gli ho chiesto se si poteva far qualcosa per quest’uomo. Mi riservò l’attenzione di un commerciante ad una partita di stracci vecchi. Mi fece, comunque, i conti: fece bene tutti i conti. E fatti tutti i conti, appresi ch’era nella stagione di una possibile prima boccata d’aria: il primo permesso premio. Dopo oltre diciannove anni “di branda”, come dicono in galera: diciannove anni son lunghissimi anche se si impiega pochissimo a dirlo. La prima volta che l’avvicinai, mi disse di che pasta era fatto: «Sono un vecchio Landini, viaggio in prima ridotta». Attorno, tutto attorno, per diciannove anni una di quelle compagnie da fare delirare i matti: la maggioranza è disposta a rubare gli assorbenti alla madre per due dosi di cocaina. In galera, specifichiamo, aver fatto fuori qualcuno è un punto di merito. Se il passato di quest’uomo è sinistro, il suo domani minaccia di essere peggio, a meno di un miracolo: «Quando mi ha scritto mia figlia, mi è crollato il mondo addosso. Si è aperta una voragine”. E’ stralunato al punto da apparire estraneo a se stesso: non ci siamo mai capiti così bene. Gli pizzicano gli occhi: quello che si prova e quello che si dimostra in pubblico sono due cose completamente diverse. Dopo certi incontri, ne sai più di giustizia che in anni di college. Il vecchio Landini, intanto, innesta la seconda.
Poi la terza. Fiutai un ronzio di mosche nella sua testa: c’era ancora vita.
L’altro giorno, per la prima volta, esce qualche ora dal carcere. Son piccoli passi: «Questo è un piccolo passo per l’uomo, è un grande balzo per l’umanità» disse Neil Amstrong il 20 luglio 1969 mettendo piede sulla luna per la prima volta. Un piccolo passo anche per quest’uomo: sarebbe un grande balzo, anche questo, per l’umanità se, solo, s’imparasse che l’errore di uno sfilaccia il tessuto della comunità. L’accompagno io in questo suo “primo passo”. Quando arriva a destinazione, ad aspettarlo non c’è anima viva: da come reagisce, capisco che se l’aspettava. “Mi aspettano nove ore da babysiter” rifletto sconsolato. Non mi aspettavo l’accaduto. Nel ricovero attrezzi di questa comunità d’accoglienza, c’è un rasaerba destinato ad essere gettato: “Ci costa meno comprane uno nuovo che ripararlo” dice il giardiniere. L’uomo che sto accompagnando lo guarda, si fa assorto, un lampo di sfida si accende negli occhi: “Posso chiedervi un regalo immenso? (gli fanno cenno di sì) Lasciate che provi a ripararlo. Un tempo era la mia passione”. Perso per perso, tanto vale provarci: “Fai tutte le prove che vuoi, divertiti, tanto lo buttiamo via”. Per le ore libere a disposizione, le sue prime ore da libero: lo smonta pezzo per pezzo, ne pulisce i pezzi con gli stracci, olia gli ingranaggi, sostituisce la bobina, affila la lama, tocca le viscere del motore – “E’ ingrippato: hanno messo miscela invece che benzina!” -, lo rimonta. Chiede che gli si compri una chiave inglese, della carta per grattare le incrostazioni – “C’è persino un nido di topi vicino al motore, pazzesco!” Poi, ad un’ora dal rientro, è sconfortato: “Sembra una beffa: non c’è più benzina. Io sognavo di accenderlo”. Gliela vado a recuperare. Lo accende, si accende, riparte: c’è odore di benzina nell’aria, di olio nelle mani, fumo e soddisfazione. I volontari lo encomiano, lui è fiero, come Amstrong nel giorno dell’allunaggio: «Valgo ancora qualcosa» dice.
Mentre rientriamo in carcere: “Non sai quanto mi hai reso felice oggi: ho il profumo della benzina ancora addosso. Che emozione averlo riparato!” Forse è troppo carico per accorgersi che, oggi, ha fatto col rasaerba quel che altri hanno fatto con lui in questi vent’anni: l’ha riparato quando tutti dicevano ch’era meglio gettarlo in mare. Ho gustato in diretta la meccanica di come faccia un uomo a risorgere. Scontando, nel frattempo, il lutto di mio padre: l’odore di benzina e il rumore di quel motore – più che la tomba al cimitero – me l’han fatto riapparire. Anche lui aggiustava ciò che la gente era disposta a gettare pur di non perdere tempo a ripararlo. Ho visto, per l’enensma volta, come fa una vita a rinascere.


Una risposta
Grazie don Marco!
Ti adoro o Croce Santa, perchè ci regali testimonianze di gente considerata perduta, dimenticata da molti, che invece ha ancora molto da dire, tocca i nostri cuori con la loro umanitá, e germogli del Tuo Amore!
Grazie di cuore