Chi li vide scendere a rotta di collo dal Calvario – rubandosi tra loro le tane in cui ficcarsi come talpe per evitare le trappole dei nemici – li bollò come gente fredda, uomini algidi: erano soltanto tristi, invece. “Va bene così, è andata così e non parliamone più” disse Pietro, l’unico che, fuggendo, rilasciò una specie di intervista ai giornalisti. Lo disse con gli occhi tristi. Tutti gli Undici – visto che Giuda aveva già esalato l’ultimo respiro appeso ad un ramo di sicomoro – avevano tirato giù all’istante le tapparelle per paura della reazione degli ultras. Solo Giovannino fu fedele all’Amico al punto tale da prestare la mano alla Madre del Condannato. Il resto si rese protagonista del più grande fuggi-fuggi della storia. Simone (primo Papa), Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Qualcuno, tra quelli che diedero loro rifugio sotto il bombardamento del Golgota, raccolse frammenti di pensieri. Taddeo era rassegnato: “Boh, speriamo!” Matteo era pigro: “Chissà, speriamo!” confidò ala donna delle pulizie. Bartolomeo alquanto fatalista: “Mah, speriamo. Cosa vuoi che dica adesso?” rispose. Chi ebbe occasione di incrociarli, li riconobbe al volo. Le persone tristi si riconoscono al volo: parlano, straparlano, vaneggiano, dicono fesserie infinite poi, d’un tratto, fissano il vuoto, lo sguardo perso chissà dove. La Madre scese per ultima dal Calvario: lentamente, meditabonda, con il volto a fissare a ritroso le ultime tracce lasciate dal Figlio: una goccia di sangue, una spina spezzata dalla corona, un ciuffo di capelli, pezzi di tunica. Non era affatto triste: “Fate attenzione alla tristezza. E’ un vizio, figli miei” si rivolse a chi, degli Undici, riuscì a beccare mentre inchiodavano Cristo al palo. A Giovanni, la spalla amica, scendendo chiese ciò che avrebbe voluto chiedere a tutti se non si fossero diradati come passeri dopo uno sparo di fucile: “Per favore, Giovanni: raccontami la tua tristezza. Fallo con leggerezza, però”. Lei, da parte sua, si era decisa da che parte della storia stare. Era una donna decisa: “Dai, gente: speriamo!”
S’accorse, occhio di lince, di una cosa buffa prima di partire dal sepolcro: quella del Figlio era l’unica tomba davanti alla quale fosse stata posta una pietra e collocata una schiera di soldati. Invece che mettersi a ridere – “E’ morto! Cosa fanno: stanno a sorvegliare una salma?” – nel negativo seppe trovare il positivo: “Guardali come credono a mio Figlio: han paura che risorga! Ci credono più loro alla promessa fatta di tutti gli amici (eccetto Giovanni) che si sono già buttati latitanti”. Per loro era un ingannatore, ma in cuor loro temevano che avesse ragione e li mettesse al muro un’altra volta. Di fronte a Pilato, cane zuppo, professarono la loro fede nella risurrezione del Cristo: «Ci siamo ricordati che quell’impostore disse: dopo tre giorni risusciterò. Ordina che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno» (Mt 27,63). Il Grande Ingannatore – questo era il Cristo per i principi dei sacerdoti, i farisei – era riuscito a togliere loro il sonno anche da morto: “Mettiamo caso che domani risorga, come la mettiamo?” discutevano. Maria, composta, rideva sotto le gote piene di lacrime: “Guarda te che storia: i nemici di mio Figlio s’aspettano la Risurrezione, gli amici di mio Figlio si sono già rassegnati al fatto che sia tutto finito”. Come ribatterle? Allora, come adesso, i credenti non credono (se non al suono di miracoli), gli scettici lasciano al Cristo il beneficio del dubbio. E buffo.
All’alba del terzo giorno, Maria ripassò la poesia prima di uscire di casa: «La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno» (V. Havel). Tenere chiusa la porta non serve a niente: la tristezza non può uscire, l’allegria non può entrare. Bisogna essere madre per capire l’elementare della vita? Quando, all’alba, apparve alla Madre prima che a tutto il mondo, le disse semplicemente grazie: “Per avere creduto in me quando tutti dicevano ch’ero finito. Che avevo mandato tutto in malora, Mamma”. Quella voce sorprese Maria come un tuono: c’era tutto il Cielo in quella parola.
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Vangelo di Matteo 28,1-10).

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