Fosse dipeso solo da lui, era l’uomo più felice della terra: che cosa gliene poteva importare di quello che andava dicendo la gente? Lui, da parte sua, sapeva bene ciò che gli era accaduto: «Và a lavarti nella piscina di Siloe» gli disse l’Uomo buono di passaggio: “E’ la bontà in persona” pensò tra sé, facendo i conti con la tenerezza con cui gli parlò. Siccome aveva lo sguardo proprio buono quell’uomo, non sospettò minimamente che fosse in atto l’ennesima presa in giro riservata a chi è cieco: rubargli le monetine, toglierli il cappello da davanti, domandargli se ha visto che bel sole c’è stamattina. Stavolta no: perchè, dunque, non fidarsi? Il male arriva sempre all’improvviso, lo sapeva: perchè anche il bene non avrebbe potuto fare altrimenti? «Andò, si lavò e tornò che ci vedeva». Non c’era nessun grazie da dire: “O è gratis oppure non è amore!” gli fece capire l’Uomo guaritore, quando stava aprendo appena la bocca per sillabargli la riconoscenza minima. Se, proprio, qualcuno doveva essere ringraziato, avrebbe dovuto dire il suo grazie all’ignoranza degli amici di quel Guaritore. Che, confessandosi senza pudore, gli fecero una domanda così ignobile da fare accendere a Cristo, come risposta, il miracolo: «Chi ha peccato, lui oppure i suoi genitori, perchè sia nato cieco?» La cecità di quell’uomo, a confronto della cecità di chi si ostina a dire che crede, era nulla. Erano loro i veri ciechi, quelli dei quali parla la diagnosi della nonna: “Non c’è più cieco di chi non vuole vedere”. Lui, il cieco, non era affatto cieco: semplicemente non ci vedeva. Il suo cuore, però, aveva l’occhio velocissimo dell’aquila.

Siccome guarì, scatenò il putiferio. Eccoli: «Chi ti ha guarito è un peccatore» gli dicono invece che congratularsi per l’avvenuta degenza. Come se, a chi si è appena rialzato, gliene fregasse qualcosa se la mano che l’ha rialzato fosse la mano di un bimbo alle prime armi, di un omicida incallito o di un santo navigato. A chi era per terra e si è rialzato, gl’interessa non essere più per terra. Punto: «Se sia un peccatore non lo so – risponde da letterato – (…) So che ero cieco e adesso ci vedo». Nulla, nei Vangeli, è più difficile del gioire della felicità di un altro: “Non invidiate, applaudite e poi fate di meglio!” bisbigliava Cristo che, occhio di lince, non si perdette per nulla quella diatriba spicciola. Ringhiavano come cani con la bava alla bocca: «Come ti ha aperto gli occhi?» vogliono sapere. Come se a chi è stato guarito gliene importasse qualcosa se, per guarirlo, il chirurgo ha usato il bisturi o uno strumento ausiliario. Se l’invidia fosse un lavoro, nei Vangeli (nella Chiesa) non ci sarebbero disoccupati. Non ne può più, il cieco, di quell’autopsia che gli stanno facendo alla sua felicità. E li smaschera, adesso che ci vede così bene, che ci vede da Dio: «Perchè volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?» Affondati: «L’invidia si annida in fondo al cuore come una vipera nella sua tana» (H. de Balzac). Nel cuore di Satana non c’è il male, c’è l’invidia: non s’impegna per la sua felicità ma quella altrui non gli sfugge mai.

L’allontanarono di brutto, tranciando ogni discorso come chi sente d’essere stato messo all’angolo: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? – gli danno a mò di benservito – E lo cacciarono fuori». Era tutta gente studiata quella che fece facente funzione da plotone d’esecuzione quel giorno. Fosse stato per lui – ripetiamo – avrebbe trattenuto per sé quel giacimento di gioia. Siccome, però, a essere tirato in ballo era il destino di chi l’aveva guarito, non volle apparire così ingrato da non prendere le sue difese. Non lo citò, non professò nessuna fede, non pubblicizzò nessuna campagna firme: semplicemente mise sulla piazza la sua evidenza – «So che ero cieco e adesso ci vedo» – e li lasciò lì, a fare i conti con l’evidenza. Con Cristo, poi, più che andarlo a cercare occorrerà dare il peso giusto all’evidenza quando si farà trovare: quel giorno, arrendersi non sarà una debolezza ma una scelta.

Nel frattempo, Dio continuerà ad infierire con la sua evidenza.

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui (cfr Vangelo di Giovanni 9,1-41)

Meditazioni del Tempo di Quaresima

Mercoledì delle Ceneri, La (mia) Quaresima dell’anatra, 18 febbraio 2026
I Domenica di QuaresimaFacile essere casti se non si è mai stati tentati, 20 febbraio 2026
II Domenica di Quaresima, Divieto di accampamento, 28 febbraio 2026
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