E’ l’ora dell’affetto, di un rinnovato affetto: quando si è in procinto di partire, si producono manifestazioni d’amore in numero maggiore di quante se ne siano prodotte sino allora. E’ l’ora in cui un amore parte per un lungo viaggio, l’ora nella quale si sussurra “Arrivederci” sperando non diventi “Addio”, l’attimo del grande distacco che chiede massima cura. Anche Cristo si allinea all’umano: nell’attimo della grande partenza, firma la manifestazione più sublime dell’amore divino. Gli piacque così tanto il gesto della donna – che soltanto qualche giorno prima gli ha unto di profumo i piedi, asciugati e baciati – che la fa sua, personalizzandola: lei glieli aveva «unti», lui li «lava» agli amici. I suoi erano puliti, su quelli degli amici c’era ancora polvere da togliere prima di poterli baciare: era la sporcizia della materia, il pulviscolo dei bagordi, il nulla della gloria. Giovanni, quando metterà mano al suo Vangelo, citerà a memoria la sequenza dei gesti compiuti dal Rabbì: «Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano, se lo cinse attorno alla vita (…) Versò dell’acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano». Sette gesti come sette sono le note che, sul pentagramma, fanno la musica. Questa minuzia di particolari – simile alla moviola d’una finale olimpica dei cento metri – la dice lunga sullo stupore muto che serrò quelle dodici teste di coccio amiche: il primo pensiero, per tutti, dev’essere stato di ritrarre il piede per scansare un gesto così amorevole da fare sentire indegna un’anima pura. Non lo fecero per l’amore che allagava i cuori.

Allargava i cuori.

Fece eccezione, tanto per cambiare, il pescatore di Galilea. Primo anche stavolta, il primo (e l’unico) a ritrarre indietro il piede: «Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”» Fu la cosa che più gli rese astrusa l’avventura con il Maestro: ammirare il valore dell’umiliazione. Già in passato, sulla strada verso Cesarea, provò a far cambiare idea al Maestro: si beccò nientemeno che l’appellativo di «Satana» per il suo modo di ragionare, di voler condurre l’avanzare della Grazia. Ritrasse il piede, presuntuoso com’era al pari di chi scrive: la lezione difficile da imparare è che c’è sempre ancora qualcosa da imparare. Quando, poi, s’imparerà, scenderanno lacrime di pentimento come scusa per l’incomprensione causata. Nessun problema per Cristo, mica mette in atto il piano B. Insiste: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Quando vedo la madre lavare il viso alle mie nipotine, loro si lamentano assai, al punto da volere scappare dall’acqua. Ma la mamma non aspetta che loro capiscano: intanto lava loro il bel viso, poi loro capiranno quanto sono belle riflettendosi allo specchio. Neanche la terra, se glielo chiedi, capisce granchè dell’aratro. O la pianta della potatura. Resta che «se non ti laverò, non avrai parte con me». Solo minacciato, Pietro scioglie i freni: “Vera umiltà non è opporsi all’umiliazione – gli fece capire con sguardo veloce Gesù -: senza umiltà, il (tuo) mondo non sarà mai libero, Pietro”. Senza quest’umiliazione da parte dell’Amico, insomma, niente intimità col suo più grande Amico. Mica è così stupido Pietro: «”Signore, non solo i piedi: anche le mani e il capo”». Quando capisce d’essere sul punto di perdere il contatto con l’Amore, salta all’opposto. Tutto o niente: è sempre così.

Dopo quelli di Pietro, toccò ai piedi di Giuda. Stessa devozione, medesimo trasporto, stessa minuzia di amore: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso» (Lc 6,32) disse agli amici in tempi non sospetti. Ciò che una volta disse, nell’ultimo giovedì lo fece. Fece ciò che disse in maniera così clamorosa d’apparire folle, indegna d’un potente com’era Lui. Una donna, qualche giorno prima, gli suggerì quest’idea dei piedi da lavare. Lui, da quant’era bella l’idea, la prese in prestito per mettere sottosopra il mondo. Da che mondo è mondo, l’intelligente, dall’ultimo arrivato, prende appunti.

Per poi rielaborarli.

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Vangelo di Giovanni 13,1-15).

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