Corona Avvento - 1

La prima domenica del tempo di Avvento accentua il tono escatologico. L’attesa è una ricerca di segni, un tentativo (non sempre vittorioso!) di decifrare il disegno di Dio. Segni nel cielo, segni sulla terra, costruzioni grandiose, miracoli… non tutto parla di Dio: alcuni segni sono deviazioni dal percorso.  

Essere come Dio

“Chi come Dio?” domanda, con la sua sola presenza, Michele, il condottiero dell’Altissimo[1].
“Sarete come Dio” promette, menzognero e suadente, il divisore[2].
Dal primo all’ultimo libro, tutta la Sacra Scrittura è percorsa da questo desiderio, sublime: diventare come Dio.
La tentazione radicale, il peccato originale, per un verso. Eppure, dall’altro: la più alta vocazione dell’uomo.
Perché essere in comunione con Dio è, del resto, la suprema promessa del Signore e il più grande desiderio, che conduce alla santità, come sottolinea lo stesso san Bernardo, nell’Ufficio dedicato a Ognissanti:

«Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt’altro che pericolosa.»

Segni e prodigi menzogneri

È di questi giorni la notizia della falsità delle affermazioni della famosa-famigerata Madonna di Trevignano: giustizia civile ed ecclesiastica si sono ritrovate a percorrere binari paralleli. Per strade diverse, ambedue ne hanno screditato la veridicità. Il commentatore si domandava, incredulo, come fosse possibile, ancora oggi, farsi abbindolare? La realtà è che, ieri e oggi, il cuore dell’uomo è sempre il medesimo. E, sì, ha bisogno di credere. Il bisogno di soprannaturale è parte dell’uomo, come la fame e la sete, anche se il mondo contemporaneo cerca di sotterrarlo e nasconderlo. Soprattutto, di fronte al dolore e alla disperazione, è disposto a credere a qualunque cosa che possa presentare un’alternativa all’irreparabile (tali sono dolore e morte, se non sono illuminati dalla speranza certa che dona il Risorto).

Tutti uguali

No, non si tratta solo di boccaloni. Siamo tutti in lista. Tutti possiamo essere buggerati, perché tutti, prima o poi, abbiamo scelto di credere in qualcosa, pur di coltivare una speranza, anche quando le probabilità statistiche erano più prossime allo zero che a qualunque altro numero.

Quando?

I discepoli che chiedono a Cristo di quantificare l’entità dell’attesa incarnano la nostra ricerca di certezze e di controllo sul reale. Vorremmo poter programmare tutto, organizzare tutto. È quasi un nuovo modo di compiere un altro peccato originale, per cercare di essere come Dio. Se fosse possibile, forse, oltre al parto, predisporremmo anche la morte, pur di controllare anche quello.

Natale: un bagliore, nella notte

Natale è una festa inflazionale, che rischia di essere fraintesa. Consumata in olocausto, sull’altare del consumismo, corriamo il rischio di perderne l’essenza. In un mondo, come il nostro, che, mai quanto adesso, gioca ad essere Dio, nell’Incarnazione assistiamo al divino scandalo del Verbo che decidere di farsi uomo. Proprio quando noi vorremmo smettere i nostri panni, è in quel momento che arriva a Dio ad indossarli. Per convincerci che non sono così male. Che, con la sua grazia, si tratta di un abito in cui possiamo ancora investire. A patto di lasciarci andare, di rinunciare a controllare tutto. Di tornare bambini, per imparare a fidarci di una luce, capace di squarciare anche la notte più buia. Perché Dio non è questione di grandezza, ma di generosità dello sguardo.

Rif. letture festive ambrosiane, nella I domenica di Avvento


[1] Ap 12

[2] Gen 3, 5

2 risposte

  1. Grazie Maddalena per questi Ottimi spunti che ci fanno pensare.. un abbraccione e grazie sempre. Buon fine settimana.

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