E’ andato a fuoco il negozio di giocattoli per antonomasia nella mia terra: il negozio Munari. Quassù, ai piedi dell’Altopiano di Asiago, era un’istituzione, una di quelle stazioni che hanno segnato l’infanzia, la giovinezza, i sogni. Forse non era solo un negozio, era la certezza che Babbo Natale esistesse per davvero: “Ha preso fuoco la casa di Babbo Natale!” mi ha detto ieri sera una delle mie due nipotine che, con il volto triste, si chiedeva adesso che fine avesse fatto la sua letterina. In quella stazione, il treno dei desideri aveva sempre i vagoni aperti, sedili a disposizione e capistazione col sorriso di benvenuto. L’ultima volta è stata tre settimane fa: di ritorno dal lavoro, avevo fatto una sosta per vedere se la Lego avesse sfornato uno dei suoi capolavori d’ingegneria divertente. Non ho mai tradito la passione per il gioco: è stato giocando coi Lego, è giocando con i Lego, che mi alleno alle cose inaspettate. Anche all’inaspettato di Dio, anche se può sembrare un’eresia. Certe sere allungavo la strada, anche solo per passarci davanti: era una vocina che mi invitava a fare un sorriso al bambino che ho dentro, che sono stato, che non vorrei mai cessare d’essere. Quando mi dicono: “Basta coi Lego, è ora di crescere!” vorrei rispondere loro che quando smetti di giocare non sei adulto, sei semplicemente spento. Non ho ancora mai risposto così, finora, perchè sono troppo indaffarato a inventare nuove costruzioni giocando coi mattoncini colorati. Pure la Sapienza di Dio – che ritengo essere un personaggio da Novanta – mai si vergogna di raccontare il suo passatempo preferito: «Ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui ogni istante» (Pr 8,30). Mentre il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe stava immaginando il mondo – come architetto nel suo studio d’architettura – ai piedi c’era la sua bambina, la Sapienza: giocava. E, giocando, rallegrava e rinforzava la fantasia di Dio. I giochi non sono mai soltanto giochi.

Ogni volta che passavo davanti a quel negozio, era come professare fede nell’esistenza di Babbo Natale. Con il tempo ha cambiato nome e fisionomia, ho imparato a chiamarlo gentilezza, sorpresa, magia, sbalordimento, improvvisata: è cambiato il nome, ma l’effetto che produce è rimasto quello della mia infanzia. A scuola, sui banchi del liceo classico, ho trovato alleati portentosi a convalida della mia certezza che il gioco, certi giochi, siano forme alternative di sapere e di apprendimento. Di conoscenza di se stessi e dell’altro: «Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione» scrisse Platone. E se lo dice lui! Giocando ho conosciuto qualcosina del mio carattere: perdendo ho visto, come in una gigantografia, com’è fatto per intero il mio carattere. Così, giocando, mi sono convinto che i giochi siano le azioni più serie che un bambino mette in atto. Sono – rimangono – il nostro tentativo meglio riuscito di comprendere il mondo. D’inventarsi un mondo ancora più bello, dove un bastone può diventare una bacchetta magica, un calzino un burattino e un bambino piccolo può concedersi il lusso di diventare un supereroe. Penso e ripenso che se non ci dimenticassimo di essere stati bambini, il mondo sarebbe ancora tutto pieno di giocattoli invece che di solitudini arredate: un mondo bello da viverci, dove costruire è potersi concedere il lusso di ricostruire. All’infinito.

A casa nostra, giocando, succede persino l’impossibile: che un fenicottero rosa dei Lego possa trascorrere una notte a letto assieme ad un Panda di mattoncini e che Barbie tradisca Ken (che dorme con una mia nipotina) per dormire con l’altra nipotina. Vedo il leone della Walt-Disney dormire assieme al serpente di gomma mentre le due paperette di legno prendono il trenino per andare nell’armadio a riposarsi: è tutto un mondo ancora possibile, accogliente, disarmato. Che la casa di Babbo Natale sia andata in fiamme è una bruttissima notizia. Emma, però è certa: “Babbo non ha preso fuoco, no: è riuscito a scappare con la sua macchinina!” La grazia dei giochi: ti insegnano a credere nell’incredibile. Ad andare oltre la realtà.

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