Deserto Negev

Deserto, luogo del cuore

«io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». (Os 2,7)

Il deserto ha dato luogo a un immaginario ambiguo e vario: da una parte atterrisce, spaventa e lascia senza fiato; dall’altra tuttavia è qualcosa che rappresenta un richiamo irresistibile che attrae e che induce a pensare a un luogo dove sia possibile l’avere intimità e sicuramente in questo secondo eh questa seconda accezione che è intesa dal profeta.

Amos e Osea contro l’idolatria

Osea vive intorno all’VIII secolo a.C: contemporaneo di Amos, iniziò l’attività profetica negli ultimi anni di Geroboamo. L’anno 753 a. C. segna l’inizio della crisi, dopo un periodo di prosperità: si susseguono lotte feroci per la conquista del potere. La guerra civile portò alla divisione del Nord in due territori (che Osea chiama «Efraim» e «Israele»).
Anche la situazione sociale era funestata da forti squilibri sociali, tra il lusso della classe dirigente e la miseria del popolo. Sotto l’aspetto religioso, il culto ufficiale, ormai puramente esteriore, si affianca al culto di Baal, che prevede anche pratiche immorali, come la prostituzione sacra.

Un profeta paradossale

È proprio qui che s’innesta la predicazione di Osea. La sua voce non è solo voce. Stando alla lettera del testo, Osea sposa una prostituta, a cui rimane fedele, nonostante le infedeltà. Molto ha fatto discutere tale dettaglio: alcuni ritengono i primi tre capitoli una pura finzione letteraria, mentre altri pensano che Osea abbia realmente ricevuto da Dio l’ordine di sposare una prostituta (Gomer) ed avere dei figli da essa.

Un Padre che aspetta alla finestra

Nel Nuovo Testamento, il Vangelo ci offre diverse parabole ad illustrazione della Divina Misericordia. Tra le più celebri, vi è, senz’altro quella del Padre misericordioso, ai più nota, significativamente, come “del figliol prodigo”.

La difficoltà di essere figli

In questa narrazione, va in scena la famiglia, in tutta la gamma di relazioni. Soprattutto, però, protagonista risulta l’essere figlio, declinato in due principali modi (figlio maggiore e figlio minore), che, però, hanno senz’altro una grandissima varietà di varianti.

Il figlio minore

Il minore dei due figli appare immediatamente come un ribelle, insofferente alla presenza del padre e alla vita in famiglia. Appena possibile, richiede la sua parte di eredità. Tendiamo ad oltrepassare questo dettaglio come un semplice escamotage narrativo per esprimere il motivo per cui, da un giorno all’altro, il ragazzo si trova con molti soldi da spendere (e decide di sperperarli in futilità, oltre che immoralità). In realtà, più profondamente, tale richiesta è un indiretto desiderio di morte del padre (è alla morte che il padre distribuisce l’eredità ai figli, non prima e, molto probabilmente, a chi era avvezzo alla tradizione del tempo, risultava ancora più stonata questa nota…), quasi una sorta di parricidio  pre-freudiano. La necessità di eliminare il padre, per evolvere in età adulta. Salvo poi fallire, ritrovandosi senza nulla.

Il ritorno

Una delle note più opportune è quella che il ritorno verso il Padre, dopo aver dilapidato tutte le proprie sostanze ed essere finito, affamato e senza un soldo, a fare da guardiano ai maiali, non è il pentimento. È lo stomaco che brontola. Il primo sintomo è quello, non la consapevolezza di essere fuori strada. Eppure, persino di quello, il figlio minore si accorge solo “rientrato in sé”. Ad evidenziare che la prima persona da cui il peccato allontana siamo sempre noi stessi. Anche il peccato più solitario e che non sembra, a prima vista, spezzare la comunione, in realtà rompe sempre, quanto meno, la relazione che abbiamo con noi stessi, degradando la nostra persona e facendoci avvicinare più agli animali che agli angeli, come suggerisce il fortunato paragone[1] di Pico della Mirandola (1463-1494).

Il Padre in attesa

Il figlio è ancora per via. Si sta facendo un “film mentale”, diremmo noi. Organizza il proprio discorso e, probabilmente, prevede pure la reazione del Padre. Eppure, il Padre lo previene. Lo vede da lontano – testimonianza che già lo stava aspettando, magari guardando dalla finestra e scrutando l’orizzonte  – e “gli corre incontro”[2].

Il figlio maggiore

Significativamente, questa parabola è prevalentemente ricordata come quella del figliol prodigo. Non stupisce, considerando che l’uomo tende a rimuovere ciò che lo infastidisce. Ed è senz’altro molto più immediato empatizzare con il figlio riaccolto. Molto meno con il figlio maggiore. Forse, però, incarna proprio la più grande incomprensione relazionale che possiamo vivere in famiglia, ma anche rispetto a Dio. È la classica “sindrome del bravo ragazzo”. Quella di chi sa cosa va fatto; e lo fa. Ma non ne è davvero convinto: talvolta lo fa solo per trovare il favore altrui o per timore delle conseguenze. Non è davvero libero neanche lui: anche se agisce bene, lo fa per paura e vive costantemente giudicandosi e sentendosi giudicato. Sembra il figlio perfetto. Il padre scopre la verità quando capisce che non riesce a sopportare la gioia che il ritorno del fratello può provocare.

La fedeltà di Dio

Prima della fedeltà (volubile) dell’uomo, c’è la fedeltà reale (eterna) di Dio, il cui amore precede  (e copre) ogni nostra infedeltà. Come Osea, che sposa la prostituta infedele. Come il padre che attende il ritorno del figlio e gli corre incontro prima ancora che questi possa abbozzare una spiegazione, una giustificazione o una richiesta di perdono. Tale è la gioia, che tutto il resto sbiadisce. Nel deserto, a tu per tu, senza distrazioni, la fedeltà può crescere, così come il desiderio di una relazione autentica, senza maschere, senza il desiderio di compiacere gli altri, ma solo con il tentativo serio di chi intuisce di quel bisogno della “tua presenza per capire meglio la mia essenza”[3].

Rif. letture festive ambrosiane, nell’ultima domenica dopo l’Epifania, Anno A

Fonte immagine: Pexels


[1] Cfr. Oratio de hominis dignitate (1486)

[2] Lc 15,20

[3] F. Battiato, E ti vengo a cercare

Una risposta

  1. Il mondo poi non è cambiato molto mon se sbaglio a dire che la lotta al potere è sempre esistita così come le particolarità perché forse non amiamo così come Dio ci ama.

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