Carlo Acutis

Il primo capitolo degli atti degli Apostoli è più di un gancio strutturale con il vangelo lucano: ricorda il forte legame che persisteva tra i primi cristiani e le ritualità giudaiche del I secolo. Il passaggio verso qualcosa di differente è lento e graduale e in parte dovuto alla penetrazione all’interno del territorio dell’Impero Romano, che ha segnato una sempre minore incidenza del giudaismo legato, in particolar modo dopo il crollo della città di Gerusalemme, sotto la scure romana (70 d.C.) fino alla – successiva – fondazione, al suo posto di Aelia Capitolina (130-136 d.C.).

Cristiani, “eretici” giudaici

Dai primi giorni che seguono alla morte di Cristo, l’abitudine è in generale quella di proseguire lungo le linee rituali ebraiche tradizionali (basti pensare che la liturgia delle ore ancora oggi in vigore nella chiesa cattolica è, di fatto, l’evoluzione delle ore della preghiera sinagogale[1]).
Per tale motivo, agli occhi dei coevi – e, in particolare, dei Romani – i cristiani altro non erano che una delle tante αἵρεσις (“correnti”) in cui si suddivideva quella strana religione giudaica, di cui il cristianesimo aveva quale caratteristica peculiare ritenere il rabbi Gesù di Nazaret quale Figlio di Dio, morto e risorto il terzo giorno e – si racconta in questo capitolo – asceso al cielo.

Giuda, il grande assente[2]

Dopo l’Ascensione, arriva il computo dei presenti in quella “sala superiore”: Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Non fatevi confondere dall’omonimia: Giuda figlio di Giacomo equivale a Giuda Taddeo. Undici. Il numero dodici, richiamo alle dodici tribù d’Israele è temporaneamente vacante (in attesa dell’aggiunta di Mattia, la cui memoria liturgica è stata celebrata, per altro, pochi giorni fa). Giuda, il grande assente, manca. E quel silenzio, colmo d’imbarazzo, è più feroce di un urlo.

«Perseveranti e concordi nella preghiera»

Perseveranza e concordia, nella preghiera: difficile trovare tre parole che, accostate, risuonino più stridenti agli orecchi dei nostri contemporanei. Se la preghiera è vista ormai, dalla maggior parte della popolazione, come un residuo superstizioso di una cultura ancestrale che, a contatto diretto con la sublimità del sapere scientifico, impallidisce, mettendo a nudo la propria inutilità, perseveranza e concordia sono parola forse ancora più fragili e fuori dal tempo. In un’epoca, come la nostra, caratterizzata dall’immediatezza e dal basso profilo sugli argomenti considerati “divisivi”, evidenziare la presenza di questi aspetti nella vita dei discepoli, rischia di renderli lontani e inattuali.

Un eccesso di idealizzazione?

Forse uno sguardo un po’ più storico, paradossalmente, riesce a nutrire la nostra fede con quel realismo capace di aumentarne la credibilità. Se, da una parte, la venerazione nei confronti degli scritti del primo secolo ha portato i cristiani delle epoche seguenti a guardarvi con particolari stima ed ottimismo (tanto da farli diventare modello per i successivi ordini religiosi e ispirazione per tutti i modelli di vita “apostolici”), è opportuno ricordare come la frammentazione interna, la suddivisione in comunità che avevano peculiarità anche macroscopiche che le distinguevano e le frequenti richieste di chiarimenti tra Pietro, Giacomo e Paolo invitino a mitigare l’assolutezza di questa concordia.

Unità sempre al centro, mai uniformità

Pur con le inevitabili fatiche, la Chiesa ha terso verso l’unità dall’età apostolica ai giorni nostri. Un’unità che è sempre dialogica nei confronti delle differenze e non pretende di livellare ogni difformità. La parola degli apostoli che hanno conosciuto direttamente Gesù ha sempre avuto un rilievo singolare, ma questo non ha impedito la formazione di tradizioni differenti, all’interno del neonato movimento cristiano, sulla base di differenze etniche e culturali, che richiedevano una mediazione diversa rispetto alla novità di Cristo.

Non noi stessi, ma Cristo

Nella lettera ai Corinti c’è modo di ribadirlo: pur essendovi diversità di testimoni, di stili, di modalità comunicative, di cultura soggiacente, il mistero da comunicare riguarda Cristo, non il testimone. La testimonianza lo è di Cristo e della sua vicenda storica, che dice della sua – più profonda – realtà di comunione con il Padre. In ciò, è possibile vedere, forse, il maggiore elemento di continuità tra l’epoca odierna e la chiesa delle origini. Oggi, come e forse più di allora, l’umanità è assetata di testimoni credibili e autentici.

Una sete radicale

La sete d’infinito richiede testimoni non solo credibili, ma consapevoli di non essere il centro del messaggio evangelico, ma lo strumento della sua diffusione. La novità non risiede – mai – nelle forme di comunicazione – anche se possono (a volte: devono) mutare, nel corso della storia. La medialità richiede revisione, ma la sete dell’uomo di oggi è la stessa della Samaritana[3]: per questo, non è possibile sottopone a modifiche la radicalità evangelica. In caso contrario, il prezzo da pagare sarebbe l’incapacità di rispondere alla ricerca dell’uomo, oggi ancora più incapace di dare un nome a quella mancanza cui nessun bene materiale può supplire.

Non io, ma Dio

Così Carlo Acutis attualizzava, pochi decenni fa, il Vangelo. Un motto semplice, ma incisivo, capace di far concorrenza ai mantra di altre religioni, in questo nostro mondo, secolarizzato ma anche multietnico e multireligioso, dove le religioni si moltiplicano, ma spesso, anziché entrare in dialogo, rimangono sempre più private e lontane dalla scena pubblica.

Una provocazione che torna a far capolino ancora di più oggi, quando l’ego è la bussola quotidiana del nostro agire. Una sfida: uno sguardo “in alto”, per rimettere al centro Cristo. L’unico modo perché ogni altro aspetto della nostra vita riesca ad avere tempo e spazio: quando Cristo è al centro, nessun fratello rimane in un angolo.


Fonte immagine: clonline

Rif. letture festive ambrosiane, nella domenica dopo l’Ascensione


[1] Cfr. qui l’articolo di don Pierangelo Muroni, pp. 10-17

[2] Vedi anche: “Mattia e Giuda” (2024) e “Da riserve a… protagonisti” (2018) per un approfondimento dei due apostoli.

[3] Cfr. Gv 4,5-42

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