Scrivere sulla sabbia

Baruc e la memoria di Dio

La prima lettura che la liturgia ci offre è un brano molto particolare. Nonostante sia immaginato come legato all’esilio babilonese (VI secolo a.C.), risulta scritto secoli dopo (II secolo a.C.). Stando alla Bibbia, la figura dell’autore sarebbe legata (il suo segretario) al profeta Geremia, uno dei più importante, ma tale argomento è dibattuto dagli studiosi, alcuni dei quali propendono per una stesura a più mani e in più tempi del testo. Essendo deuterocanonico, non è condiviso dal canone ebraico.
L’intero tono è penitenziale: si rivolge, in particolare agli ebrei che furono deportati, invitandoli alla speranza in quel Dio misericordioso, le cui viscere si erano commosse di fronte alla schiavitù in Egitto, da cui li aveva liberati.

La gratitudine

Come tutti i profeti, l’intento, più che di un oracolo che anticipi il futuro è una lettura teologica della storia. Nei periodi più bui per un popolo, così come accade per i singoli, il grande rischio, è quello di dimenticare la gratitudine, fino a comporre una scissione quasi manichea: il Dio di cui ricordo il bene è buono, l’altro è il vendicatore, da temere ed evitare. In un contesto, come quello, in cui, spesso, la bussola sembrano essere le emozioni, non guidate da intelletto e volontà, questo brano diventa più opportuno di quanto possa sembra a prima vista.

L’incarnazione della misericordia

Le viscere divine che lo avvicinano alla maternità[1] quale figure identificativa comprensibile per l’uomo si fanno particolarmente concrete nell’episodio evangelico, che mantiene, tuttavia, ancora oggi, elementi di mistero: l’episodio dell’adultera, uno tra i migliori esempi di approfondimento psicologico di Gesù presenti nel Vangelo di Giovanni ha dato filo da torcere ad esegeti ed omileti, già dai primi secoli.

Il tentativo di sgambetto

L’episodio dell’adultera, presentatoci Giovanni (8, 1-11) avviene in un contesto di preghiera, oltre che di predicazione. Il monte degli Ulivi è il luogo abituale della preghiera di Cristo: durante i momenti di permanenza a Gerusalemme, viene da pensare sia sempre stato il luogo dell’intimità col Padre, la sera e di notte, mentre il mattino lo vede andare al tempio e, su sollecitazione della gente, dedicarsi alla predicazione. Questa “routine” è interrotta dall’arrivo dell’adultera; non da sola, né spontaneamente: si tratta dell’ennesimo tentativo di metterlo in difficoltà e screditarlo: cosa farà il Maestro di fronte alla Legge?[2] La seguirà, come i patriarchi, o la contesterà?

Il mistero della scrittura

No, non intendo quella scrittura, la Sacra Scrittura, ma proprio l’atto di scrivere. Si soprassiede a questo dettaglio come fosse insignificante, ma è difficile credere che lo sia, nell’economia sintetica che mostrano i vangeli canonici, poco propensi ai dettagli sensazionalistici o non indispensabili. Gesù scrive per terra. È questa la prima reazione. Cosa scrive? Domanda che ha fatto impazzire gli esegeti. I più moralisti hanno risposto: “i peccati degli uomini che avevano portato l’adultera”. Il mistero rimane ed è giusto lasciarlo.

Il primo fraintendimento

Come la prima azione della giornata è stata il silenzio, in dialogo col Padre, così la prima azione al tentativo d’essere  incastrato è rimanere in silenzio e scrivere. In entrambi i casi, si tratta di un silenzio denso di comunicazione.

«Chi è senza peccato scagli la prima pietra!». Quanta ironia, quanto inchiostro… ma anche: quanto buonismo ha scatenato questa frase!

Il secondo  fraintendimento

Questo brano, in particolare, la frase conclusiva, contenente quel «Neanch’io ti condanno»[3], funge da appoggio all’invito a “non giudicare”, spesso citato a sproposito.  

Il possibile rinforzo potrebbe venire, del resto, dal Vangelo di Matteo:

«Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi» (Mt 7, 1-2).

Questo riferimento, più lungo, più articolato, potrebbe più facilmente indurre in errore, senza conoscere la presenza di quel che si chiama il giudizio temerario. Un giudizio temerario (che, spesso, sfocia in calunnia) avviene quando, sulla scorta, di elementi minimi o comunque insufficienti, si emette una sentenza di condanna, anche solo metaforica, nei riguardi di una persona e del suo operato. Il capitolo settimo è denso di consigli morali e basta proseguire nella lettura per comprendere come non sia proibita il giudizio, inteso come valutazione, dal momento che vi è, anzi, l’invito a “riconoscere l’albero dai frutti”[4], quale modalità per verificare quali siano i veri profeti, distinguendoli dai falsi (innegabilmente, si tratta di un giudizio quale valutazione, anche per non rimanerne ingannati).

Uno sguardo più ampio

In questa direzione, troviamo diversi esempi, anche nella letteratura paolina:

«Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21)

E ancora:

«Non sapete voi che noi giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose di questa vita!» (1Cor 6,3)

Se il primo evidenzia la necessità di giudicare, il secondo ricorda al cristiano la grande dignità a cui è chiamato.

Non buonismo a buon mercato

Ma la misericordia di Dio non è buonismo a buon mercato! Se, da una parte, il perdono divino precede l’azione umana e funge da pungolo per migliorarsi, essa non si sostituisce al singolo, ma gli chiede sempre una partecipazione attiva e una conversione costante, quale risposta a questo amore preveniente (“Va’ e non peccare più”).

La vera notizia liberante non è quindi il perdono a buon peccato o la possibilità di sottrarsi al giudizio, quanto, piuttosto, la dolce consapevolezza che il giudice è anche il nostro avvocato difensore, perché è Chi è disposto a dare la vita per la nostra slavezza e a perdonarci prima ancora che noi ci perdoniamo. Allora possiamo solo rinforzarci della Sua grazia e rimboccarci le mani, per metterci sulla strada e… amare come Lui (o, almeno, fare del nostro meglio per)!


Letture festive ambrosiane, nella penultima domenica dopo l’Epifania, detta della Divina Clemenza

Fonte immagine: desdelafe

Vedi anche: Cristo, uomo vero


[1] Giovanni Paolo I, Angelus del 10 settembre 1978

[2] Oltre al richiamo alla seconda lettura liturgica del giorno festivo, in cui si disquisisce appunto della libertà del cristiano, rispetto alla legge, in quanto aderisce al compimento della legge, in Cristo (Rm 7, 1-6), un altro episodio evangelico significativo è, senz’altro, quello del tributo a Cesare, presente in tutti i sinottici (Matteo 22,15-21; Marco 12,13-17; Luca 20,20-26).

[3] Gv 8, 11

[4] Mt 7, 20

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