ChatGPt: Aragorn e Gandalf

Se sfogliamo la Bibbia, Baruc è uno dei libri più piccoli, quasi insignificanti. Eppure, ci regala una delle pagine profetiche più coinvolgenti e dinamiche. Nel Vangelo di Luca, troviamo, del resto, una delle più pittoresche immagini dell’ultimo dei profeti, Giovanni il Precursore

«Guarda a oriente, Gerusalemme, osserva la gioia che ti viene da Dio. Ecco, ritornano i figli che hai visto partire, ritornano insieme riuniti, dal sorgere del sole al suo tramonto, alla parola del Santo, esultanti per la gloria di Dio. Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo». (Bar 4, 36 – 37, 3)

«Guarda a oriente»

“Attendi il mio arrivo, alla prima luce del quinto giorno. All’alba, guarda ad est”[1]

Per chi abbia letto il libro o, quanto meno, visto il film ispirato al capolavoro di Tolkien, è inevitabile che, leggendo l’estratto profetico, la memoria guizza all’iconica immagine del mago Gandalf, in cui erano riposte le speranze di Rohan, durante la battaglia del fosso di Helm, ma, sicuramente, in particolare, di Aragorn, con cui stava – in quel momento – parlando.

Una visione di speranza

Anche le parole di Baruc illustrano na visione di speranza, nel tempo più cupo. Parole che dicono speranza, visione, opportunità, anche in tempi in cui la realtà suggerisce tutt’altro che l’ottimismo. Leggere la breve citazione profetica ci fa pensare a una visione idilliaca delle vicende di Gerusalemme. Come spesso accade, in realtà, la composizione di questo testo coincide con uno dei periodi più cupi della storia d’Israele e della città santa: la redazione finale, databile tra il II e il I secolo a.C. ci parla infatti di una situazione di espropriazione, di dominio subito, anzi di un susseguirsi di dominazioni. Prima le vicende tragiche dei Maccabei, in seguito la conquista romana: l’ultimo popolo che soggiogherà Israele, fino alla diaspora che seguì alla distruzione del tempio, nel 70 d.C.

Voce, solo voce

Ma chi è il profeta? Forse ci aiuta a capirlo meglio proprio la lettura evangelica, che ci porta al capitolo terzo del vangelo di Luca. Non è più corpo: lo ha sottoposto al digiuno. Anche la testa, scarmigliata, non attira sguardi per il suo valore estetico. Per un attimo, quasi, lo sguardo va al servo sofferente di Isaia, perché neanche Giovanni pare avere “apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto” (Is 53, 2). Voce, solo voce. Nient’altro che quello è rimasto. Solo, voce, per proclamare la parola di Dio. Solo voce, per distogliere l’attenzione di chi ascolta da essa.

Il coraggio della fermezza

Deserto, locuste, miele selvatico, capelli arruffati, peli di cammello e una certa intolleranza al politically correct. Questi paiono essere gli ingredienti costitutivi dell’ultimo profeta, prima dell’avvento del Cristo di Nazareth.

«Razza di vipere!» è l’epiteto con cui appella i convenuti alle sue “prediche”. Altrove (Mc 6,18), poi, non dimostra alcun timore reverenziale nel condannare il pubblico adulterio del re della Giudea. È l’impudenza dei profeti, che, assorbiti dalla Parola di Dio, “dimenticano” le convenienze e le regole del mondo, assumendo la stoltezza a causa del Vangelo.

La luce, nel mezzo della tempesta

Come il libro di Baruc, che vede il ritorno a Gerusalemme  della gloria che le dona Dio stesso, in un tempo in cui non assapora il gusto della libertà. Come il precursore Giovanni, che pre-annuncia il regno di Dio, in un tempo in cui le insegne governative erano quelle dell’oppressore romano. Come Aragorn che, nel momento più cruento della battaglia, ricorda le parole di Gandalf e guarda verso est.

Anche nella nostra vita…

Anche noi, forse, abbiamo un luogo di noi che ha bisogno di essere illuminato di speranza, perché è in corso una battaglia, oppure è oppresso dal buio. L’Avvento ci invita a spingere lo sguardo un po’ più in là, a dare una possibilità in più alla speranza, a non arrenderci di fronte al dolore, alla malattie o alle fatiche che la vita porta con sé. L’alba di un giorno nuovo ha la concretezza di un volto, che in Gesù ci rivela la tenerezza del Padre.


[1] “Il signore degli anelli – Le due torri” – scena della battaglia al fosso di Helm, dialogo tra Aragorn e Gandalf.


Rif. letture festive ambrosiane, nella II domenica di Avvento, Anno A

Vedi anche: Locuste ed epiteti indelicati? Il Regno di Dio è vicino!


Fonte immagine: creata ad hoc tramite ChatGPT

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