Corsa

Ogni Quaresima, la stessa storia, il solito dubbio. Che senso ha ciò che la chiesa ancora oggi propone come uno dei suoi precetti?  Un residuo antiquato e anacronistico di quella societas cristiana dei tempi che furono e ormai del tutto estinta? A volte, il segreto risiede nel non confondere mezzi e fini.

Un digiuno “ricco di misericordia”

Le parole del profeta Isaia, che riflette sul digiuno e la penitenza, sorprendono per la loro cocente attualità. A maggior ragione, in questa rara concomitanza con il Ramadan islamico, vissuto in molte città fianco a fianco alle nostre tradizioni, diventano promemoria affinché la pratica del digiuno, lodevole per la sua traduzione spirituale oltreché per la sua prescrizione, diventi motivo di fraternità e maggiore vicinanza a Dio e ai fratelli e non di vanagloria spirituale.

Sciogliere i legami

Le immagini che ci regala il capitolo 58 del libro di Isaia ci aiutano a visualizzare, in modo più concreto, il senso profondo di questo tempo penitenziale. Il riferimento è ai legami e al gioco: lessico agricolo, che comunica fatica, sudore, carichi pesanti da sopportare, con ogni tempo atmosferico, compresi quelli che peggiorano la sensazione di fatica e l’oppressione. Tanti sono gli atteggiamenti che costituiscono un legame da sciogliere o un’oppressione. Quanti riguardano, ad esempio, il puntare il dito  o  il parlare empio? Quante sfaccettature conta il giudizio temerario e quanto è diffuso, nella nostra quotidianità?

Il digiuno gradito a Dio

Dividere il pane con l’affamato  non è (solo) un invito alla carità verso chi è privo del necessario. C’è innanzitutto uno sguardo nuovo da coltivare, con la grazia di Dio: non c’è fame più grande di quella di sentirsi amati, ascoltati, “visti” davvero – e non distrattamente, quasi cosa tra le cose, privati di una vera identità e dignità umana. L’amore è l’unica cosa che, divisa, si moltiplica e non ne ha detrimento.

Lasciatevi riconciliare

“Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”[1]

Dio, come il Padre misericordioso, è già pronto. Tuttavia, non basta, non è sufficiente. Come il medico è pronto a guarire, non basta però a ottenere la guarigione. Serve giungere fino a lui. È necessario riconoscere la presenza della malattia, la fragilità, la necessità della riconciliazione. Il desiderio è il primo passo della vita di fede. Per oltrepassare il senso del dovere di una relazione che gira al minimo, solo per la pigrizia di non fare un passo in più. Ogni giorno, Dio si fa mangiare. Ma noi abbiamo, ogni giorno, fame di lui? Se non siamo più in grado di sentire fame, come potremmo  condividere il pane?

«Siate santi, perché io sono il Santo»[2]

In un tempo, come il nostro, in cui la cultura tende a svalutare il sacro al limite come devozione privata, la Quaresima ci aiuta a comprendere in quale contesto inserire la fede. Il paradigma non sono i buoni cittadini. Quello è imprescindibile, ma è il “livello base”. Chi crede in Cristo è  chiamato a guardare all’uomo-Dio Gesù per vivere con lui la figliolanza nell’Unico Dio, Trinità ineffabile, che in Gesù ha manifestato in modo tangibile la sua vera gloria.

Ritorno al deserto

Preparati dalla prima lettura della domenica precedente, è forse più agevole entrare in modo propositivo nel deserto che ci mostra il Vangelo. È lo Spirito che vi sospinge Cristo, con l’obiettivo di essere tentato. La tentazione pare, quindi, un passaggio obbligato, una sorta di “purificazione” necessaria, quasi come i tre setacci di Socrate. Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno: proprio quando, diremmo, pare essere in dirittura d’arrivo, quando il traguardo è ormai in vista. È sempre quello il momento più rischioso, ogni atleta lo sa. Quando l’adrenalina è al massimo, quando la concentrazione tocca l’acme, basterebbe un nulla per toccare il fondo. È il momento più fragile e delicato: l’attimo in cui i sacrifici di una vita intera potrebbero andare in frantumi da un momento all’altro, oppure, al contrario, i sogni di sempre potrebbero prendere forma e concretezza. Un attimo, che può cambiare una vita.

“Chi come Dio?”

Il brano matteano si rende evidente per la posizione del brano delle tentazioni, rispetto all’economia del testo. Prima di iniziare la predicazione, si rende necessario assumere la postura richiesta per compierla. Tanti sono gli stili messianici attesi, ricercati, forse desiderati. Uno solo, però quello richiesto da Dio. Non si tratta di stupire con effetti speciali, né di fare filantropia, tanto meno di vendere l’anima al diavolo (alla fine, in un tempo relativamente breve, getta la sua maschera: persino ciò che, sulle prime sembrava affascinante e attraente, in poco tempo, lascia traspare l’inquietante impalcatura che ne rivela il reale prezzo da pagare, cioè l’assoggettarsi al Principe delle tenebre).

Essere figlio, da Figlio di Dio

Come, dunque, è possibile essere il Messia, per Gesù di Nazaret?

Nell’unico modo in grado di comunicare la verità più profonda su di lui. Da Figlio di Dio. Abbracciare la volontà di Dio, amarlo e seguirlo significa vivere da Figlio. È questa la colpa affissa sulla Croce, così come l’argomento della disputa coi “giudei”. Solo nell’abbandono al Padre, la Croce da sconfitta si fa vittoria. Solo attraversando un dolore accolto, è possibile addentrarsi nell’abisso dell’animo umano, rimanendo figlio del Padre. Ogni “no” detto a una delle tentazioni, è un “sì” al rimanere fedeli all’essenza del Figlio.

La vera sfida del “rimanere”

Come spesso accade, la sfida non si gioca mai contro qualcuno, né contro qualcosa. L’obiettivo è rimanere. Perché, con Cristo, l’uomo diventa più umano, più libero, più vero:  «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione»[3]. Non si tratta di contrastare, ma, principalmente, di favorire la scintilla della grazia che già abita in noi, come in ogni uomoLa penitenza è necessaria, ma non è l’obiettivo. Come non sono da amare «la spada lucente per la sua affilatura, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la sua gloria». È destinatario del nostro amore «solo ciò che essi difendono»[4].


Rif. letture festive ambrosiane, nella I domenica di Quaresima, anno A

Fonte immagine: Pixabay

Tags: umano, uomo, deserto, tentazioni, vocazione, spada, Tolkien,  mezzi, fini


[1] 2Cor 5, 20

[2] Lev 19,2/1Pt 1,16

[3] Gaudium et Spes, 22

[4] J.R.R. Tolkien, lib. Ad. da “il Signore degli anelli. Le due Torri”

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