Il carcere è il paese adottivo del male: seppur prigioniero, il male non smette di dardeggiare la sua fascinazione. Basterebbe avere scrutato, anche solo per un istante, gli occhi brillanti di chi ti narra le “sue” imprese – rapina, furto, scasso, chissa chè – per fiutare come anche Satana abbia una sua bellissima collezione di miracoli, la sua bell’attrezzatura di insidie. Che, poi, bisognerà stare molto attenti se si vorrà osservare il male da vicino: “Guarda il male e il male ti si appiccica” è uno di quei proverbi che, ridendo e scherzando, t’ammaestrano alla vita. Tollerare il male – è il passo successivo all’averlo guardato – diventerà un crimine esso stesso. Non basterà la scusa di non averlo fatto noi: «Certe volte uno può fare qualcosa di male senza sapere ch’è male» (J. Steinbeck). Guardarlo, anche lasciarsi guardare dal male, non è male: per stanare l’avversario, sarà necessario prima conoscerlo, studiarne le fattezze, ipotizzarne le mosse. Occorrerà conoscerlo, averlo avvicinato, essere andati a passeggiare nelle sue vicinanze. Mica significa, per questo, averne sposato il cuore ma nemmeno essere così ingenui da pensare che il male si distrugga da sé. Senza che nessuno faccia qualcosa: «L’unica cosa necessaria per il trionfo del male è che l’uomo buono non faccia niente» scrive Burke, che il male l’ha visto da vicino. La domanda, dunque, è lecita se chiesta con una curiosa intelligenza: “Tu non hai paura ad entrare in carcere?” chiede spesso qualcuno. Soprattutto all’indomani di qualche notizia di cronaca nera (fluorescente) raccontata appositamente per eccitare l’appetito e smuovere le viscere. La risposta è a dir poco scontata: “Certo. Tantissima paura: mica si scherza là in mezzo”.

Paura di guardare in faccia Caino, di udire dalla sua viva voce l’eco del crimine, di non sapere in anticipo come reagirà il cuore agli obbrobri confidati. Paura, la più grande, di rimanerne incantato. Non mi hanno mai allettato i fintamente eroi, gli sbruffoni a testa alta, chi transita per i corridoi della galera incurante di ciò che è pericolo e pericoloso. Io ho tantissima paura del male, fa paura al cuore mio il male, certi giorni stordisce i miei pensieri. Eppure, in questa stagione della vita, Dio mi chiede di abitare in questo sotterraneo per andare a riprendergli dei pezzi di bene che sono andati ad invischiarsi nel male. Quando, con qualcuno, voglio fare il minimo sindacale, allora gli racconto le cose che mi affascinano della vita dentro la galera. Quando, invece, mi apro con qualcuno – sognando di diventare parte dei suoi sogni – allora lo faccio entrare nelle mie paure: gli concedo il grado massimo d’intimità. Gli racconto quegli sprazzi di ore nelle quali tremo, sono impaurito, inciampo, rischio il cuore, l’osso del collo. Di quando devo combattere controvoglia, dei pensieri tetri che mi sbocciano abbracciando uomini del crimine. Di quando, dentro una cella, vedo buio pesto anche se fuori la luce del sole è accecante. A nessuno piace rivelare le sue paure: a me per primo piacerebbe avere una bellissima collezione di atti eroici (che non ho) con i quali incantare il pubblico pagante come un incantatore di serpenti nella piazza di Marrakech. Poi, però penso: “Non è questo il vero Marco”. E mi accorgo che le uniche persone che possono dire di conoscermi davvero, sono quelle alle quali ho regalato le mie paure.

Che sono il meglio di me, il mio lato migliore. I miei segni particolari d’identità.

Cerco di vincerla, però, la paura: alleandomi con chi è più capace di me. Sono anni che, entrando in carcere al mattino, mi aggrappo come un’ostrica allo scoglio alle parole che Salomone rivolge a Dio quando Dio medesimo gli dà la possibilità di chiedergli ciò che desidera: «Sono solo un ragazzo (Signore): io non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo (…) Concedi al tuo servo un cuore docile perchè sappia distinguere il bene dal male» (cfr 1Re 3). Gli anni scorrono, l’esperienza aumenta, la conoscenza anche ma si è sempre troppo giovani di fronte alle sfide nelle quali Dio ti getta allo sbaraglio: non si saprà mai come regolarsi senza avvertire tremolio nelle gambe. Anche il male è affascinante e infettivo, quanto il bene: perciò a Dio chiedo d’insegnarmi a «distinguere il bene dal male» per non confondere il male con il bene, il bene con il male. La manutenzione del cuore, soprattutto, chiede Salomone a Dio: tienimi il «cuore malleabile», sensibile alla segnaletica divina. Me lo ripeto ogni mattina: “In mezzo al male, Marcolino, ad ogni costo bisogna che l’Amore rimanga nel tuo cuore”. Altrimenti la paura, da pesce famelico qual’è, m’inghiotte vivo.

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