Ha occhi così infossati che pochi hanno il coraggio di guardarci dentro: a guardarli dentro, sono occhi senza sguardi, pozzi senz’acqua. Nel mondo fuori, d’altronde, qualunque cosa succedesse era solito mettere mano alla pistola. Nei giorni infrasettimanali, quando lo incroci, odora di neutro: veste neutro, indossa tessuti neutri. Non fosse che gli voglio del bene passerebbe inosservato. Passa inosservato ai più, tra il cigolio rauco dei chiavistelli, la monocromia dei colori, la melassa di un tempo indefinito: «Non riesco più a reggere gli occhi della gente su di me» mi confessa un giorno. Ha perfettamente ragione: alla lunga diventa una cosa insopportabile il peso di tantissimi sguardi fissi su di te. La galera, poi, rende cattivi. Quando lo incontri – quando si lascia incontrare – è un manifesto ambulante della rabbia muta, cieca e sorda; testimonial perfetto dello strazio. La sua falla – ogni Achille ha un tallone di debolezza – è la domenica: di domenica, non sapessi ch’è lui, diventerebbe quasi impossibile riconoscerlo. Scende per la messa vestito di tutto punto, un leggerissimo tocco di profumo, i vestiti stirati col solito trucco di lasciarli stesi la settimana sotto il materasso. Anche di domenica viaggia armato fin sopra la pelle: l’arma, di domenica, è l’eleganza. Lo ammette, quando gli chiedo quanto ci metta a pensare ai suoi abbinamenti creativi, degni di Dior: «Il venerdì mi preparo tre vestiti, il sabato ne scarto uno e la domenica mattina scelgo quale indossare». Fatti tutti i conti, dal giorno di venerdì lui inizia ad immaginarsi la sua domenica. A farsi trovare pronto per domenica prossima.

Scende, mi bracca, fa il galantuomo: «Beviamoci un caffè, dai: vieni». Una squallida barista, la macchinetta di plastica, ci prepara il caffè: lui se lo gusta, gli piace leccarsi il bastoncino, chiude persino gli occhi mentre lo beve. «Non può essere domenica senza un caffè, vestito a festa – mi dice – Chiudo gli occhi: mi sembra di essere nel mio paese, in piazza, gli amici. Con i miei figli quand’erano piccoli. In galera, la domenica, mi vesto a festa e mi riposo». Lui, fuori, era uno di quelli che manco dormiva pur di lavorare. Gli sembrava tempo perso dormire mentre l’economia sorrideva. Non più: «Puttana IVA (non Eva, ndr). È stata lei a fermarmi: mi sono sempre dimenticato ch’esisteva e me l’ha fatta pagare» ride, truccando la pena. Sguardo basso: «Tornassi indietro, chi me lo farebbe fare di non gustarmi più nemmeno la domenica? Non n’è valsa per niente la pena». Lo ascolto, bevendo il caffè che mi ha offerto. Penso alle strade la domenica: tutti a intasarle, col pretesto di riposare. Attorno a questa macchina del caffè, il tempo sembra scorrere diverso: contemplando quest’uomo in galera (maglia arancione e pantaloni verde fluo), ripenso al naufragio dell’uomo nel giorno di domenica. E medito: “Dovremmo transitare tutti per la galera, una volta in vita, per capire per cosa valga la pena vivere?” Poi, tutto d’un tratto, lui a me: «Andiamo, ci stanno aspettando per la messa: senza il prete non inizia». Entriamo nel teatro facente funzione di chiesa, «ospedale da campo dopo una battaglia» (Papa Francesco).

Li guardo: facce scavate e occhiaie smunte. “Vivi e lascia lividi” era il motto di qualcuno. La domenica, in galera, per alcuni tutto si ferma per il tempo di una messa: ci si veste addirittura a festa per ricordarsi che è domenica, che non è il lunedì, un giorno qualunque. A messa sono lupi di galera in cerca di un Agnello come alleato di pace: «Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace». Che il lupo chieda pace all’agnello, manco Fedro riusci a pensarlo. In galera accade: «Se la domenica non vengo alla messa, vado in astinenza – mi dice l’uomo del caffè -. Ho bisogno della messa della domenica per riazzerarmi, mettere un po’ di ordine, capire a che punto sono». Lo fisso, stupito. Raddoppia il mio stupore: «Ti sembrerà strano, ma io a messa mi riposo». Tutto (ri)torna al mondo fuori: il sabato è per l’avventura, la domenica per le coccole. Anche qui, in gattabuia, tutto il mondo è paese: domenica è svegliarsi senza il suono della sveglia, rigirarsi nel letto per ore, fare colazione senza fretta, senz’ansie, senza rotture. La seconda parte dell’Inno alla gioia che Beethoven non ha mai scritto. Qui, Peanuts, il leggendario personaggio uscito dal genio di Michael Schultz, ha flotte di seguaci: «Buongiorno! Visto che è domenica mi avvalgo della facoltà di non svegliarmi». Anche Mafalda, argentina purosangue, qui dentro la invocano in tantissimi, seconda solo alla Madonna d’Oriente: «La domenica è fatta per mangiare tardi, dormire tutto il giorno, poi lamentarsi che domani è lunedì».

Non per tutti, però: c’è sempre l’eccezione che conferma la regola

L’uomo del caffè (alla macchinetta) – un impasto di arancione e verde fluo – mentre risale in cella mi dà appuntamento: «Ci vediamo domenica prossima: caffè e messa. Stesso posto, stessa ora». Capita di tutto dentro le patrie galere: capita anche che il prete, l’uomo domenicale per eccellenza, impari a riposarsi celebrando l’eucaristia. Nella terra delle legge disobbedita, capita che s’impari ad obbedire allo shabbat divino. «Qual’è il momento più bello della domenica?» mi chiede un giorno. Ci ho pensato, ricostruendo le nostre domeniche in galera: «Per me è il sabato sera il momento più bello della domenica» gli rispondo.

Se n’è andato, ridendo: «Maestra: Marco mi ha copiato il tema, uffa!»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.