Il rito ambrosiano ritiene sempre prioritaria la domenica, a maggior ragione, nei tempi forti. E, quest’anno, a farne le spese è proprio il patrono, spodestato della sua abituale celebrazione il 7 dicembre: in città, le celebrazioni sono anticipate al 6. Troviamo quindi, la grande anomalia della lettura dell’ingresso di Gerusalemme ripreso in Avvento, che, sulle prime, ci lascia un po’ interdetti.
Consolazione, per la caducità
La prima lettura, dal libro di Isaia, ci invita a riflettere, con il lessico tipico dei libri profetici del primo Testamento, sulla caducità della sorte umana. La fragilità è quella del fiore di campo. L’imprevedibilità suggerisce l’immagine della morte come qualcosa che incombe, minacciosa, come una nube fantozziana sull’intera esistenza umana. Queste immagini fanno forse sorridere l’uomo odierno, come un’esasperazione. Eppure, a ben pensarci, si tratta della condizione ontologica dell’uomo di ogni tempo. Forse, provoca eguali sorrisi l’illusione contemporanea di poter evitare la morte, nell’illusione che non pensarci possa effettivamente essere un metodo sufficiente.
Lavori in corso
È dal capitolo 40 del libro di Isaia, del resto, che prende spunto la predicazione di Giovanni Battista. Si susseguono immagini edilizie che suggeriscono come, nonostante l’iniziativa sorga dal cuore di Dio, non si possa pensare che sia assente o ininfluente la risposta cui l’uomo è chiamato. Se il dono di Dio è e rimane gratuito e universale, il compito della conversione è singolare e quotidiano. Il lavorio è febbrile e instancabile. Ma l’affidamento è altrettanto quotidiano del lavorio personale: è la consapevolezza che ogni dono proviene da Dio, compresa la buona volontà della conversione.
L’asinello di Cristo
L’ingresso in Gerusalemme rimarca l’adesione di Cristo allo stile comunionale del Padre. In Gerusalemme, Gesù passa a riscuotere una glorificazione effimera, ma che attesta il suo legame con la città, sede del tempio, centro del culto ebraico. Eppure, nulla è lasciato al caso. A dorso d’asina. Non una cavalcatura qualsiasi. Neppure un’immagine della pervicace ostinazione, come compare nel salmo 32[1], poiché la descrizione evangelica dice, piuttosto, di una bestia da soma mite e abituata ad obbedire, che non causa al Messia alcun turbamento.
Quasi un monito di come, forse, persino l’immagine dell’ostinazione caparbia fino all’insensatezza, sia capace di buon senso, di fronte al suo Signore. Al contrario di noialtri, dal cuore indurito, che spesso ci dimostriamo, come il popolo d’Israele nel deserto, “di dura cervice”[2].
Come il fiore del campo
L’asino mansueto, che trasporta Cristo; il fiore del campo, che si secca in breve tempo. Queste pagine della Scrittura, come spesso capita, sono ricche di immagini prese in prestito dalla natura. Eppure, il fiore del campo, nella sua fuggevole vita, per la sua piccola statura, è in grado di radicarsi anche a quote elevate e di contrastare anche le folate di vento più forti, abbassandosi e stringendosi ai suoi confratelli, nei campi. Ecco che, nella fiducia al prossimo, anche la fragilità del fiore si dimostra pertinace affidamento al Creatore. Perché se Dio non si dimentica neppure del fiore di campo, che “oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”[3]. Affidati, dunque a quest’immagine, possiamo imparare a sfrondare e rinunciare a tutto ciò che intralcia il nostro cammino. Perché la semplicità è il primo aiuto per camminare spediti.
Fonte immagine: Pixabay
Rif. letture festive ambrosiane, nella IV domenica di Avvento, anno A
[3] Vd. Mt 6, 30
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