Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

ambizione

Collego, da anni, l’ultimo mese dell’anno scolastico al tema dell’ambizione. Parola sbattuta, schiaffeggiata, tenuta a debita distanza. “Si è lasciato accecare dall’ambizione!” si sente dire di qualcuno quando osa. L’ho sentito rivolgere a me medesimo: come se essere ambizioso valesse l’unica accezione di coltivare un desiderio egoista di affermar se stessi. Dovessi scegliere, meglio, comunque, esser definiti così che sentirsi dire di essere una persona apatica, senza alcuna ambizione. È l’ambizione che permette di mirare alla luna, tendere l’arco verso l’alto, tentare cose che nessuno ha ancora fatto solo perchè ambisci ad essere il primo a realizzare cose mai viste. Di tutti i vizi umani, l’ambizione è quella che più si avvicina alla virtù, diventando, essa stessa, virtù, qualche volta. Ho fallito la luna? Sono comunque atterrato tra le stelle: mica male come sconfitta finale.
A scuola ci son andato (anche) per ambizione. L’idea di riuscir a ragionare con la mia testa, di organizzarmi un pensiero è forza motrice a misurarmi con i migliori: perchè a confrontarsi coi mediocri si rimane mediocri, a confrontarsi coi migliori magari si perde ma certamente s’impara. E’ la storia, a me carissima, di Giovanni Falcone, che mi riappare puntualissimo sul calare dell’anno scolastico: siccome era un ambizioso in materia del bene, accettò d’andarsi a misurare con Tommaso Buscetta, espertissimo del male, per conoscere le logiche del male e poi affrontarle a viso aperto. Gli diedero contro dicendo ch’era vanitoso, vistoso, esaltato dal suo mestiere: eppure, a conti fatti, oggi la sua ambizione è una di quelle pagine di santità laica che si ama portare a mò di esempio di virtù. Fine maggio è l’anniversario dell’assassinio di Walter Tobagi, della strage di Brescia: pagine che non narrano solo di un male compiuto ma di un male che ritenta in tutti i modi di depistare la riflessione, facendosi frottola: “Non è stato così. Non è stato!” Mi strega l’ambizione di chi, invece, si cala nel male come un palombaro: avvertendo se stesso, in primis, di fare attenzione a non lasciarsi sedurre dalla Bestia. Ch’è nata per sedurre (“condurre verso di sè”) chi tenterà di domarla.
Si fallisce non perché si mira troppo alto e si sbaglia, ma perché si mira troppo basso e si fa centro. Per questo, sogno un mondo di ambiziosi: di gente che quando mette il piede sul gradino di una scala non si ferma a riposare ma ci resta il tempo che basta per consentirgli di mettere l’altro un po’ più in alto. È il mio promemoria alla di ogni fine anno (scolastico): perché l’ambizione, senza la conoscenza, è come una nave sulla terraferma. Con la conoscenza, è profezia.

(da «Specchio» de La Stampa, 5 giugno 2022)


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