Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

ferita

Certi aggettivi, da bambino, mi hanno fatto soffrire assai: “vulnerabile” era uno di quelli. “E’ parecchio vulnerabile, signora, non dimostra particolari punti di forza!” dissero un giorno a mia madre. Che, allarmata, cercò soluzioni fai-da-te che fossero alla sua portata, su misura. Senza combinare granchè, per fortuna. “Sei troppo vulberabile!” mi ha ripetuto una signora, un po’ naif, qualche giorno fa fuori dal carcere dove vivo. Pensava, forse m’arrabbiassi: non avea afferrato, intenta com’era a schiacciare la parola nella piaga, che mi stava formulando il complimento più nobile. Rispetto a quand’ero piccolo, il liceo classico mi aveva forgiato a smontare, rimontare le parole, assaporandone il nettare. “Vulnerabile” è la somma di “vulnus” che sta ad indicare una ferita, e “habilis” che ha la forza di indicare una capacità, un’abilità. Vulnerabile, in definitiva, è uno/a capace di ferite, fattosi esperto coi colpi ricevuti. Uomo di cicatrici, senz’altro non di trofei. L’ho abbracciata la signora: mai nessuno mi aveva offerto un complimento così bello: complimento (pazzesco) d’idoneità. Attestato di umanità vissuta.
(Con)vivere con le persone detenute – non mostri orrendi, ma uomini che hanno compiuto gesta orrende, rimanendo comunque più grandi del loro male – mi sta allenando alla vulnerabilità: da solo, anche se volessi, non ce la faccio. Il fatto è che ognuno di noi è come se, nel cuore, custodisse una storia che, da solo, non riesce a leggere. Come nessuno, senza specchio, potrà mai vedere il colore dei suoi occhi, la piega dei capelli, le spalle. Per ascoltarci, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che, dopo aver letto qualcosa dentro noi, ce lo racconti con l’incantesimo nello sguardo. Vunerabili, in questi ultimi due anni, ci siamo sentiti un po’ tutti: destini fragili, corpi frangibili, sogni spezzati. In questa fragilità, però, qualcuno sta incontrando il più straniero degli abitanti di questa terra: se stesso. Mai, prima d’ora, c’era stato concesso, e imposto, così tanto tempo da passare da soli, in casa, le parole ammutolite dalle mascherine. Tutto tempo per noi, per riappropriarci della nostra storia e decidere il da farsi: se fare accadere le cose, o guardar le cose accadere o ragionare sul perchè le cose accadano. Costi quel che costi, l’auto-augurio è schietto per un 2022 in (ri)partenza: è solo facendo accadere le cose che rischia di vivere. Il resto è osservare la vita dagli spalti.

(da «Specchio» de La Stampa, 2 gennaio 2022)

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