Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Elezione

Eleggere il Presidente della Repubblica è partecipare, pur indirettamente, alla celebrazione di una liturgia. Il gesto è profano, non ha accenti religiosi ma è pur sempre una liturgia. Basata su delle ritualità che si ripetono ogni sette anni: la chiama per verificare le presenze e chiamare al voto; l’ingresso nei catafalchi per votare; la scheda da inserire nell’insalatiera. I grandi elettori, poi, non vanno a votare in ordine sparso ma, come nelle processioni, in ordine rigoroso: prima i senatori a vita, poi i senatori, i deputati e i delegati regionali. Costoro – 1009 in rappresentanza del popolo italiano – hanno il compito d’eleggere il nuovo “papà” dell’Italia. Che, poi, giurerà fedeltà alla Costituzione della Repubblica – «Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione» – prima che 21 colpi di cannone, sparati dal Gianicolo, gli diano il benvenuto e lui pronunci il discorso dinanzi a tutto il Parlamento in seduta comune.
L’attesa è d’una perpetua agitazione: “Chi sarà? Da dove lo sceglieranno? Saprà esser super partes?” Il fatto, poi, che qualunque cittadino italiano (con più di cinquant’anni, avente diritti civili e politici) possa diventare presidente, incita la bizzarria più ampia, pur sapendo che, alla fine, il nome è sempre frutto di un compromesso: poco segreto, tanto necessario. La missione del Presidente è gigantesca: garantire che la Costituzione venga osservata. “Costituzione” è un termine fisico prima che politico: “Di costituzione normale, esile, robusta” scrive il medico di un neonato. La sua costituzione, nei primi anni, sarà l’ossessione di chi l’allatterà: “Che sia sano di costituzione!” è l’assillo madre. Perchè dalla sua costituzione consegue tutto il resto. Come di un bimbo, così è dell’Italia: avendo a cuore la sua Costituzione, si ha cura della sua (r)esistenza.
Viene detto anche “Capo dello Stato” il Presidente della Repubblica: non è granchè come complimento. “Stato” prima che sostantivo è il participio passato del verbo essere: “(E’) stato”, non c’è più. Rimanda a qualcosa di scomparso, di passato: a qualcuno che ha firmato un abbandono, un’orfanezza. Un vuoto che alle associazioni criminali farà gola riempire. La speranza, dunque, è che sia un presidente, non un capo. E che lo sia di una Repubblica in procinto di crescere, non di uno Stato participio passato (maiuscolo) di sé stesso. Perchè se per la geografia l’Italia potrà esser uno stato, per sua Costituzione – sana, robusta – è una Repubblica. E, come tale, rivendica la pretesa di venire salvaguardata.

(da «Specchio» de La Stampa, 30 gennaio 2022)


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