Il richiamo alla gioia, dal profeta Isaia. La luce divina che illumina il cammino dell’uomo, che si scopre figlio del Padre, nelle parole di Paolo. La custodia del Figlio si allunga, infine, come una coperta, per accogliere i discepoli, stretti tra la turba di popolo assetato di novità e le turbe di Erode, in cerca di risposte sul nuovo sobillatore, che pare aver raccolto l’eredità di Giovanni il Battista. Lo stare come lo stile costitutivo di un Dio Fedele[1], caratterizzato, da sempre, dal rimanere nella relazione, al di là dei fallimenti umani.
Tenebre e luce
Paolo non condivide molto con Giovanni, ma, senz’altro questo lessico così spesso incentrato sulla luce è un dettaglio importante, che richiama la teologia giovannea del Prologo. La luce è ciò che consente di vedere. Senza di essa il cammino si fa – sempre – più lento ed incerto, i passi insicuri, l’incedere dubbioso e fallace. La luce richiama l’intervento divino, come il fuoco che illuminava, di notte, il cammino del popolo nel deserto[2].
Figli della luce
Se da Dio proviene la luce, che consente di vedere il cammino migliore da farsi, nella verità e nella carità, chi decide di intraprendere questa via ne è figlio, in quanto ne è scaturito. I servi, di cui parla Isaia, possono comprendere di poter indossare una veste nuova, quella di chi sa di appartenere alla benevolenza del Padre. «Non vi chiamo più servi, ma amici, perché vi ho fatto conoscere tutto»[3]: la nuova relazione non è più un rapporto esecutivo, da padrone a sottoposto, ma da padre a figlio.
Li prese con sé
Nel brano marciano, quasi con una nota imperiosa, si sottolinea un cambiamento di posizione. Altrove, non importa dove. Ma con lui. Non solo scelti, ma presi. Una volizione specifica del figlio dell’uomo, nei confronti di quel manipolo d’uomini che ha scelto appositamente, per un motivo specifico: affinché “stessero con lui”[4]. Un obiettivo, che era – insieme – una promessa affidabile.
Il quid non è, né era mai stato l’apprendimento didattico. In gioco, c’era – c’è – una relazione, concreta e tangibile, la risposta ad un appello ineludibile.
In disparte
Non un contratto di lavoro, non un percorso di formazione o apprendistato. L’obiettivo non era imparare a fare qualcosa, ma imparare a stare. Stare in disparte dice la custodia, oltre che il riposo. Dice l’interessamento, la cura, l’attenzione, la sollecitudine. Fuori, imperversano le turbolenze: il turbamento di Erode, la ricerca di comprendere chi sia questo Gesù che infiamma le folle, come far tacere questa nuova voce che, dopo l’uccisione di Giovanni Battista, ancora si alza per la verità. Ma i discepoli ne sono come protetti: la voce di queste cose arriva, come attutita, da lontano. Sembra che il Maestro faccia di tutto per evitarne il coinvolgimento diretto, esplicito.
L’annuncio e la cura
Il tentativo di stare in disparte pare durare poco: “le folle lo vengono a sapere”, cercando Gesù, affinché parli del regno di Dio e guarisca. Corpo, mente e spirito. Tutti da nutrire. Eppure, la sosta non è stata inutile. È in quello stare che è stata richiamata la forza per donare la speranza del Regno, così come ogni guarigione necessaria. Non esiste amore oblativo, senza amore reciproco[5].
Imparare a “stare”
C’è uno “stare” che non è passività, è un’arte. L’arte delle relazioni, cucite a mano, in modo artigianale. L’arte di rimanere, quando tutto il mondo se ne va. Di accogliere anche ciò che per molti è un fastidio. Non sezionare l’altro, ma vederlo in modo integrale, compresi suoi angoli più appuntiti e fastidiosi. Trovare il dono, non nel profumo della rosa, ma tra le sue spine.
Il discernimento sapiente
La gratitudine di accogliere ogni cosa come dono consente anche di nutrire la fortezza per migliorare i dettagli che rimangono imprecisi, imperfetti, bisognosi di un ritocco. L’accoglienza, incondizionata, è l’unico ambiente in cui ogni cambiamento, se possibile, ha l’opportunità di realizzarsi sul serio, pur non essendo un prerequisito irrinunciabile. Il vero dono è essere capaci di attuare quel discernimento che sappia distinguere tra le cose che sono modificabili e quelle che, con serenità, possono solo essere accolte, in quanto superano il nostro controllo e la nostra volontà, come evidenzia la preghiera del teologo novecentesco Niebuhr[6].
«Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare;
la forza ed il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;
e la saggezza di conoscerne la differenza.
Vivendo un giorno alla volta;
godendo di un momento alla volta;
accettando le avversità come la via alla pace.
Prendendo, come egli stesso ha fatto,
questo mondo di peccati com’è, e non come lo vorrei io.
Fidandomi che egli farà tutto giusto se mi arrendo alla sua volontà.
Che io sia ragionevolmente felice in questa vita
e supremamente felice con lui per sempre nella prossima».
(Reinhold Niebuhr, 1993)
Rif. domenica dopo il Martirio del Precursore (Is 65, 13-19 / Ef 5, 6-14 / Lc 9, 7-11)
Fonte immagine: Pexels
[1] Cfr: «Io sono colui che è» (Es 3, 14)
[2] Cfr. Es 13, 20-21
[3] Cfr, Gv 15, 15
[4] Cfr. Mc 3, 14
[5] Cfr. BENEDETTO XVI, Deus Caritas est, numero 7: « In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere. Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per » l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l’uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio (cfr Gv 19, 34)».
«Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare;
la forza ed il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;
e la saggezza di conoscerne la differenza.
Vivendo un giorno alla volta;
godendo di un momento alla volta;
accettando le avversità come la via alla pace.
Prendendo, come egli stesso ha fatto,
questo mondo di peccati com’è, e non come lo vorrei io.
Fidandomi che egli farà tutto giusto se mi arrendo alla sua volontà.
Che io sia ragionevolmente felice in questa vita
e supremamente felice con lui per sempre nella prossima».
(Reinhold Niebuhr, 1993)
