Un’insolita congiuntura
Come ebbe modo di notare un mio professore e noto teologo, sintetizzando la ricorrenza odierna: “che belle le feste civili, così noi preti non dobbiamo fare nulla di diverso!”. Sì, perché il Primo Maggio, pur nascendo in seno alla liturgia cattolica, di fatto, quanto meno nella sensibilità comune, è letta come una festa laica. I simboli e le feste sono puramente civili (il concertone a Roma, i cortei e i comizi dei sindacati…); tuttavia, la chiusura di negozi e scuole contribuisce a rendere visibile quel “filo rosso” che lega questa ricorrenza ad altre, tipicamente religiose, come Natale o Pasqua. Lasciando, però, ai sacerdoti, quel tempo libero che, nonostante ben speso e offerto a Dio, senz’altro manca, nei tempi liturgici più forti.
Il custode della Sacra Famiglia
Protagonista è uno che del non-protagonismo ha fatto il proprio marchio di fabbrica. Giuseppe, infatti, è custode del mistero di una natività che sorpassa la comprensione. Custode della Sacra Famiglia. Non ha elmo e scudo, ma un bastone non gli manca mai e, essendo carpentiere, le lame non gli erano certo sconosciute: molto probabilmente, aveva una certa familiarità con ascia, sega, mazza e cuneo, oltreché con pialla e lima… e l’iconografia popolare non gli fa mancare mai un bastone tra le mani. Per appoggiarsi? Certo, ma non solo. Solo uno sprovveduto può pensare di attraversare la Giudea, in compagnia di una donna incinta (magari di notte, per ottimizzare i tempi) senza neanche un’arma con sé, per difendersi!
Una virilità affidabile
Solo l’invidia ha potuto spingere verso un san Giuseppe anziano e insicuro , accanto a una giovane Maria : se questa è “benedetta tra tutte le donne”, possibile che costui non abbia mai ceduto alla tentazione del possesso? Le pagine evangeliche sono assai scarne, eppure ci restituiscono un uomo razionale e forte. La forza dei muscoli non può mancare, realisticamente parlando, a un artigiano del I secolo che fa della propria professionalità il motivo della propria sopravvivenza. Eppure, gli atteggiamenti, le perplessità, le scelte, persino gli interrogativi, rilanciano la fortezza della stabilità emotiva come elemento chiave della sua personalità, che diventa capacità di reggere all’urto inevitabile con la novità di un Bambino che si disvela, a poco a poco, essere Dio, con esigenze legate a un Padre diverso, sfuggente, non umano, ma che è Amore Puro.
L’onore delle mani
È di questi giorni tornato agli onori delle cronache il dibattito – mai sopito – riguardo alla dignità dello studio e alla nomenclatura degli istituti superiori. Fa un po’ sorridere che la scelta per lasciare emergere l’onore del lavoro manuale sia caduta proprio sull’estensione, a ogni genere di scuola dell’epiteto “liceo”. Con la conseguenza però di dover, necessariamente, aggiungere un aggettivo che suona paradossale a chiunque ben conosca la diffeenza di mentalità e di impostazione strutturale tra le scuole superiori italiane.
La sconfitta della “sindrome dell’impostore”
Questo genere di operazioni tradisce la fragilità di convinzione interiore di chi la compie. Sarebbe un po’ come sostenere che qualunque capo di abbigliamento della parte superiore del corpo vada ritenuto formale come una camicia, per cui, sarà opportuno procedere con nuove nomenclature: la camicia senza bottoni (volgarmente: la maglietta), la camicia per il freddo (quella che i comuni mortali chiamano giacca) e così via. Insomma, detta così, risulta palese come sia un’assurdità: nella ricerca spasmodica di restituire dignità a ogni scuola, si finisce col far passare la dignità dall’avere la parola liceo al proprio interno, che però si percepisce, con evidenza, insufficiente alla descrizione di un alberghiero, senza aggiungere questo dettaglio.
La dignità intrinseca
Solo riconoscere, ontologicamente, dignità al lavoro manuale e, conseguentemente, a quel sapere che ne è all’origine, evita ulteriori sofisticazioni. Se un lavoro epistemologico e semantico è necessario, è proprio quello di allargare il senso della parola vocazione, anche oltre il “religioso”. Perché è ciò che riesce a rendere conto davvero della diversità di carismi, attitudini, affinità, modo di pensare. Non ci sono differenze di dignità. Ognuno di noi ha il proprio fardello di fatica da portare sulle spalle, ma anche un bello zainetto di contributo da offrire a vantaggio della comunità, con ciò che le mani, la mente, l’ingegno, la capacità (e la creatività delle connessioni tra le variabili che lo descrivono) gli consentono di fare. Ognuno è diverso, ognuno è importante e prezioso. Anche il lavoro nascosto e “dietro le quinte” è importante. Se questo diventa un’acquisizione sedimentata, non c’è bisogno di un maquillage semantico che rischia di essere solo la finzione di un cambio di paradigma, che invece non è avvenuto.
Tra sindacato e religiosità
Ecco, quindi, che la festa odierna si snoda in questo intricato labirinto di civile e sociale, religioso e spirituale. Mentre per alcuni partiti, finisce col diventare uno dei momenti principe dell’azione politica e per tanti comuni cittadini, questo tempo è letto, senza mezzi termini, come motivo di coesione sociale, condivisione e festa, lui, San Giuseppe, come ventuno secoli fa, rimane lì, sullo sfondo. Quasi invisibile, eppure presente. Come ogni padre, forse. Sempre un passo indietro. Sempre pronto a sostenere e incoraggiare, non senza aver tolto le ruotine alla bicicletta, semplicemente perché… è così che si cresce. Ed è tramite il suo sguardo fiducioso che il bimbo colmerà il divario tra il conosciuto e il possibile che ogni discente troverà il coraggio di fare, ogni giorno un passo in più verso la padronanza dei propri mezzi. Finché quello sguardo non ci sarà più. E mancherà. Eppure, ormai, le ruotine non ci sono più e camminare a testa alta non è più una sfida oltre misura, bensì… la routine quotidiana!
L’arte di sparire
L’arte di sparire è anzitutto l’arte più autentica di ogni paternità, che trova in Dio stesso la propria fonte ed origine. Da questa discende, poi, ogni autorità. Per questo, il Pontefice stesso, può ritrovarsi a sottolineare proprio questo aspetto: «Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo»[1]. È vero che l’Autore “si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne –, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità”[2]. E io aggiungerei: non solo all’interno della Chiesa.
Per ogni uomo, occupare un margine non equivale a spegnersi, è ricalibrare la propria posizione rispetto al centro effettivo del cosmo e della storia. Un atto liberante, oltre che caritatevole. Come si potrebbe vedere su qualche camicia senza bottoni: “Dio esiste, ma non se tu… rilassati!”.
L’insegnamento della memoria di san Giuseppe Lavoratore
Porre al centro il lavoro e la sua dignità rischiano di renderlo stucchevole: allo stesso modo, mettere al centro san Giuseppe corre senz’altro il rischio di considerarlo in modo inadeguato. È sempre stato perfettamente consapevole della propria marginalità. Eppure, una buona cornice può risaltare o, al contrario, penalizzare anche il migliore dei quadri. La qualità migliore di Giuseppe è proprio questa, forse: interiorizzare l’arte di sparire. Esserci, stabile come una colonna, quando il Redentore ne aveva bisogno. Lasciarsi adombrare, dal crescere della sua consapevolezza. Affinché il suo nome non fossero altro che radici, cui ancorare l’umanità di Cristo, per renderla concreta adesa alla realtà fattuale di “figlio del carpentiere”. Trampolino di lancio per una domanda di senso più profonda, per poter applicare il τί εστί (cos’è) socratico a quel mistero che è l’Incarnazione di Cristo, quale risposta caritatevole verso l’uomo, per obbedienza alla volontà paterna. Perché non c’è azione di Gesù in cui sia assente la Trinità. E, di quell’agire divino nella carne dell’uomo, Giuseppe è diventato il silenzioso e più fedele testimone. Dal quel laboratorio di Nazaret, dove l’odore del legno e del ferro si mescolavano con l’acqua e la sabbia, iniziando a diventare premonizione di quella Croce, apice d’amore, compimento del disegno redentivo iniziato nel cuore di Dio, prima di ogni tempo.
Rif. letture feriali ambrosiane, nel venerdì della IV settimana dopo Pasqua (Memoria di S. Giuseppe lavoratore)
Vedi anche: Redemptoris Custos
Fonte immagine: realizzata ad hoc tramite Chat GPT
[1] IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Lettera ai Romani, IV, 1,come citato in: LEONE XIV, omelia, santa Messa con il Collegio Cardinalizio, 09.05.2025
[2] LEONE XIV, omelia cit.
