Furono parole pronunciate, forse, in punta di voce, sottovoce, bisbigliate di orecchio in orecchio: «Non sia turbato il vostro cuore». Poi, quasi a mendicare il bisogno d’attenzione di un amante: «Abbiate fede in Dio, abbiate fede anche in me». Della serie: “Non disperatevi per quello che sta per succedere. Fidatevi, vi prego, di me e delle promesse che vi ho fatto”. Non sono soltanto un pugno di parole tra le ultime pronunciate in vita da Gesù Cristo, ma sono le “parole ultime” in senso massimo: parole altissime, insuperabili, definitive, imbattibili in quanto al grado di serenità che trattengono. Ogni imbecille, basta che ne abbia voglia, potrà turbare la mente più complicata: perciò la sfida rimane quella di «non perdere la pace interiore per qualsiasi cosa, anche se il mondo intero sembra turbato» (F. di Sales). Lo sa bene l’orante che, dopo essersi leccato le labbra con le parole del Padre Nostro, si sente rilanciare dal sacerdote: «Con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo» (liturgia). Ci sarà sempre un turbamento, a patto di non essere morti. La sfida sarà quella di non permettere a nessun turbamento di sequestrare il cuore imprigionandolo in uno stato di confusione: «Non sia turbato il vostro cuore». Ricorderanno queste parole, gli amici, come si ricordano le ultime parole pronunciate da una persona amata: quasi un testamento, forse uno sprone. La vera eredità. «Amici, la commedia è finita: applaudite» furono le ultime parole di Beethoven. «Ho sentito dire che il boia è molto bravo, il mio collo è sottile» disse in ultima Anna Bolena. Cesare Borgia fu più pragmatico: «Ho provveduto ad ogni cosa della mia vita, ma non ho provveduto alla mia morte e ora muoio impreparato». Cristo, in punto di morte, ha parole di madre: queste ultime raccomandano ai figli che vadano d’accordo tra di loro, Cristo si raccomanda che il cuore non si sfilacci al ritmo del turbamento.
In allegato, poi, una traccia chiarissima di percorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Altrove, parlando di pecore e di pecorai, disse di essere la porta: da qualunque parte la si guardi, si tratta di un passaggio verso un altrove ch’è tutto da credere. Non credano, gli amici, che perdendo il tempo a battere su di una parete quella parete si trasformi in porta: «Io sono la porta» è la sua convinzione. Porta che, attraversata, spalanca sul Padre. È per questo che a Filippo che gli chiede una specie di strana cortesia – «Mostraci il Padre e ci basta!» alla faccia della modestia – Cristo risponde che, veduto lui, hanno già visto il Padre. C’è una sola porta che conduce al Padre: si chiama Gesù. Non si perda tempo nel battere su altre pareti nel vano tentativo di farle diventare porte verso Dio: è una sola, non ci sono alternative, è una storia d’altissima fattura. A quella porta, però, ci si potrà arrivare da migliaia di strade differenti, tante quanti sono coloro che hanno voglia di incamminarvisi. A Cristo si può giungere ascoltando Beethoven o leggendo Mauriac, contemplando i girasoli di Van Gogh oppure la risurrezione di Chagall. Frequentando luoghi profani, frequentando chiese sconsacrate, con la lanterna della miscredenza. Tutto può portare ad avvicinarsi alla porta che è Gesù: solo Gesù, però, potrà accompagnarci a contemplare il volto del Padre. Al contrario di chi entrerà nella nostra vita per ricordarci di chiudere la porta più spesso, Cristo si fa porta perchè possiamo gustarci lo sguardo del Dio sognato.
Filippo confessa al suo (san) Gesù di mostrargli il Padre. Il suo Gesù, pur apprezzando la richiesta, gli risponde con una tirata d’orecchi: “Da tempo sono con voi e non avete visto il Padre?” Della serie: se Dio esiste, allora o lo ritrovi quaggiù, in borghese con la tuta da lavoro addosso, altrimenti non lo è. Più che di sacristie, dunque, anche Dio (come i suoi segreti misteri) rimane questione di sguardi: o lo si riconosce, o si andrà dicendo che non esiste nessun Dio nè lassù sui cieli nè quaggiù sulla terra.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Vangelo di Giovanni 14,1-12).

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