Nel cuore dell’estate, la liturgia ci presenta una prima lettura che vede protagonista Mosè, la sua mediazione in favore del popolo, il suo incontro sul monte, con Dio, per portare ai suoi la Parola di Dio.
Mosè, anima ibrida
Mosè, salvato dalle acque. Salvato dalle donne.
Impulsivo e alla ricerca della giustizia, quando prova a fare a meno di Dio, si ritrova nei guai. La collera e la violenza si impadroniscono di lui, fino allo scorrere del sangue. Eppure, è scelto dal “Dio dei Padri”. Ricevere le tavole, le parole di Dio per il suo popolo, Israele.
Quante leggi scritte da legislatori, più o meno illuminati. Eppure, qui, c’è di più.
Dio diventa conoscibile. Dio parla con parole umane, che consegna a Mosè. Si fa mediatore e, con lui e tramite lui, l’uomo può guardare Dio “faccia a faccia” (על פנים).
Prestare ascolto
La parola inviata, ricevuta, va osservata. È necessario prestare ascolto. Non solo ricevere. Neppure solo eseguire, come un automa, senza discernimento, né senso critico. Quanto ricevuto è anzitutto un dono. Richiede ascolto, perché è nel dialogo che l’uomo esprime il proprio essere relazionale. Perché è nello stare con gli altri che persino le parole che Dio dona diventano significative. Non si tratta di un Dio solitario e irraggiungibile. Già con Mosè, Dio si manifesta come il Dio di un popolo intero, che al popolo parla e ad esso offre assistenza, nell’Alleanza, contro i nemici. È nell’alleanza che la relazione prende forma. È l’ascolto che consente alla parola di mantenere quel dinamismo, capace di trasforma chi la incontra.
La delega
«Restate qui ad aspettarci, fin quando torneremo da voi; ecco, avete con voi Aronne e Cur: chiunque avrà una questione si rivolgerà a loro» (Es 24, 14)
Nel suo andare, non dimentica il popolo che ha sulle spalle. Va a Dio, per il popolo; ma non abbandona il suo popolo. Lo affida ai suoi delegati.
È impegnativo delegare. Forse, non sembra. Eppure richiede di rinnegare il proprio ego, rinunciare all’illusione di essere il centro del mondo, l’unico capace, l’unico competente, l’unico di cui potersi davvero fidare. Delegare significa fidarsi di qualcun altro; equivale a riconoscere ad altri di essere meritevoli di fiducia. È il primo modo per riconoscere di non essere soli al mondo. Di aver bisogno gli uni degli altri. Anche solo perché non è possibile essere responsabili di tutti.
Ogni tanto, un passo indietro è sinonimo di vero coraggio, lealtà, fiducia, intraprendenza. Non è affatto pigrizia od irresponsabilità. È la necessità di fare un passo indietro, perché in quel passo indietro trova posto anche il fratello, coi suoi carismi, coi suoi talenti. È diverso, ma non per questo è inferiore. In quel margine frastagliato che notifica la differenza si staglia, al contempo, anche la ricchezza di questa mancata coincidenza che alimenta uno sguardo panoramico sull’azione con cui Dio, nel farsi prossimo, sceglie, deliberatamente, di aver bisogno dell’intermediazione umana. Dio è in mezzo a noi, stando fra noi. Non ci sovrasta. Ci affianca. Affniché camminiamo con lui.
Il fuoco divorante
Sulla cima del monte, il fuoco. Così appariva la gloria del Signore, agli Israeliti che lo guardavano. Una gloria di fuoco. Per uomini infuocati, come Mosè, capaci di accendersi come un cerino di fronte all’ingiustizia, ma anche di spegnersi con la stessa velocità, qualora si accorgesse del pericolo di finire in prigione per le proprie azioni avventate. Rapido nell’intervento, rapido nella fuga. Fuoco divorante, che però non consuma. Come al roveto, pascolando il bestiame[1]. Fa luce, riscalda, inquieta – eventualmente –, attrae. Garantisce una presenza. Sulla cima del monte non è solo un’indicazione geografica che indica un luogo sopraelevato che, nell’immaginario collettivo, da sempre avvicina al divino e all’esperienza spirituale. Raggiungere la sommità ricorda che c’è un cammino, un cammino che richiede fatica. Una parola desueta, nel 2025, dove le parole chiave sono efficienza, velocità, comodità. Eppure, se chiudiamo gli occhi il nostro cuore lo sa che cosa lo ha riempito. È stato necessario perdere le forze, le energie, magari anche l’equilibrio, per assaporare le sensazioni più belle, per raggiungere i traguardi più agognati. Togliere la fatica non è solo togliere una difficoltà, è anche eliminare la bellezza, che ai nostri occhi accede tramite i passi, che si schiude nel momento in cui il nostro sguardo diventa uno con il bosco, con la foresta e i suoi abitatori. Allora, la salita non è solo muoversi, è lasciarsi muovere e lasciarsi cambiare. E allora, in cima, non c’è solo la meta: c’è tutto.
Quaranta giorni e quaranta notti
Quaranta giorni e quaranta notti: questa permanenza di Mosè sul monte. Il Dio che si è manifestato nel deserto non vuole prendersi gioco di lui, né spaventarlo. Il Dio dell’alleanza del Sinai è già il “Padre mio” di Cristo in Croce: nessuna caesura, un unico desiderio. Di comunione. Per quaranta giorni e quaranta notti. Moltiplicati settanta volte sette.
Rif. Letture festive ambrosiane, nella VI domenica dopo Pentecoste
Fonte immagine: National Geographic
[1] Cfr. Es 3