Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Tra i
fiori e l’aratro sta una maglia iridata. Perché campione del mondo di ciclismo Alessandro
Ballan ha iniziato ad esserlo da bambino mentre, ad allenamento chiuso, zappava i fiori con papà, dissodava la terra rompendola
con l’aratro. Privilegiando il colore del grano a quello dei tatuaggi. Nella
"fucilata" di domenica a Varese, c’è la lusinghiera spontaneità di uno sport che
diventa passione e che con il sostegno della passione diventa mestiere.
Uno
splendido mestiere.
Perché lo
sport è possibilità di vita, di crescita, d’incontro. E’ stupirsi di un corpo
capace di gesta atletiche, di piedi che disegnano magie, di mani che inanellano
gesta maestrali con sciabola e fioretto. Fare sport è provarsi con se stessi e
con gli altri. Spostare i propri limiti. Lavorare dieci mesi per affinare un
decimo di secondo, per correggere minuziosamente la parabola di una punizione,
la scoccata di una freccia. E’ imbattersi in chi, avversario solo sportivo, t’obbliga
a dare il meglio, t’incita a crederci, t’accende la voglia d’esserci. "Io rispetto il mio avversario" perché
così il gol è più bello, l’impresa più onesta, la vittoria meno umiliante.
Uomini di sport si diventa giorno dopo giorno: con la forza, il coraggio,
l’astuzia, la resistenza, la passione. Il sacrificio che t’accompagnerà prezioso
nella marcia dell’esistenza.

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Ma lo
sport chiede un’educazione attenta del cuore. Lo disse il marciatore di
Vipiteno, Alex Schwartz, oro a Pechino: "Non
sono felice perché ho vinto, ma ho vinto perché sono felice"
. Cioè ho un
cuore ordinato: ho allenato i sentimenti, gli affetti, la capacità di perdere e
di rischiare, di rallentare e accelerare. Di soffrire, di spingere, di
fermarmi. La storia dello sport racconta di talenti scomparsi per amori
sbagliati, per flash pesanti, per scelte deleterie alla concentrazione.
Rispetto il mio avversario: allora rispetto me stesso, il primo avversario.
Ascolto le sensazioni, i messaggi del corpo, il silenzio della mente. E quando
il cuore è ordinato i laboratori degli stregoni si svuotano, l’uso del doping
diventa inutile, la forza interiore sbaraglia la concorrenza. L’atleta sa che
tutto parte da quella voce che un giorno t’ha detto che senza bicicletta, senza
pallone, senza l’arco la vita non sarebbe stata bella. Una voce silente che
ogni mattino ti spinge giù dal letto e ti fa correre, sudare, incespicare e
risorgere. Il Baggio campione riconobbe dietro la sua ultima risurrezione la
mano del Mazzone-papà: l’uomo che sapeva l’altra faccia di Baggio. Quella
timida, delicata, fragile, geniale, nascosta. Non dettava consigli tecnici ma
ne teneva allenato il cuore. Lo faceva sentire importante. Gli parlava dei
talenti più che della vittoria. Perché i gol nascono nello spogliatoio, le
imprese germogliano lontano dai riflettori, il genio s’addomestica
nell’allenamento, in tutti i frangenti che non sono agonismo. Allora sarai un
vincente: anche senza medaglie al collo. Vincente dentro di te. Con la tua
vita. E gli altri ne rimarranno contagiati incrociandoti.

Pescato
con le mani nel sacco, Riccardo Riccò – che del ciclismo rappresenta il
disonore – si propose come testimonial nelle scuole per uno sport pulito. Più o
meno come candidare Bernardo Provenzano a testimonial della legalità. Il Coni
ha bocciato la proposta. L’Istituto Scolastico pure.
Meno male.
Lo sport è un’educazione seria. Non una bufalata.

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