Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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La sterilità e la verginità. La gioia e la compiutezza. 
Le letture, che ci hanno accompagnato in questo tempo (penso, in particolare a Is 54, 1-10) di preparazione al Natale, hanno visto un susseguirsi di donne che hanno inseguito il sogno d’un figlio (come Elisabetta, madre di Giovanni Battista oppure Anna, madre di Samuele), fino a Maria di Nazareth, giovane donna con il sogno della verginità, che si ritrova con un figlio tra le braccia. 
Sterilità e verginità sono condizioni che accomunano le età più giovani a quelle più anziane: il non aver (ancora) generato un figlio, con il non poter (più) generarne. A cui si aggiunge una terza condizione: fare la scelta di non generare figli.  

Una scelta impopolare, specie per una donna, specie in una cultura, come quella ebraica, per cui una donna senza figli era una specie di ossimoro, una sorta di maledizione vivente, tanto che, quando Elisabetta scopre di attendere il Battista, nonostante l’età avanzata, prorompe in un’esultanza che, probabilmente, ai giorni nostri, fatichiamo a comprendere, nella sua viscerale veridicità (avulsa dal proprio contesto, probabilmente, rischia, infatti, di assumere i connotati di una teatralità ben lontana da Elisabetta e dai suoi contemporanei):  

«Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini» (Lc 1, 25) 

Sì: vergogna. Così era vista la sterilità, ai tempi di Gesù. Essere sterili equivaleva ad essere manchevoli, deficitari. Poteva essere motivo di divorzio (anche se rimane possibilità e non obbligo, naturalmente, così che, sicuramente, molti coniugi non hanno usufruito di tale possibilità).
È interessante come, del resto, Luca, nel suo Vangelo, si soffermi a sottolineare come non solo Zaccaria, ma anche Elisabetta era “giusta”: un aggettivo che evidenzia proprio la solerzia e la sollecitudine, in particolare, nei riguardi delle prescrizioni del Signore. È l’unica donna, in tutta la Bibbia, a cui sia assegnato tale aggettivo, nonostante siano state diverse altre (Sara, Rachele, Anna) ad essere dichiarate sterili e, per tutte, vi sarà un ruolo prezioso, nell’economia della storia del popolo d’Israele, nonché della salvezza. È opportuno, anzi, necessario, evidenziare quest’aspetto perché, altrimenti, sarebbe impossibile comprendere la gioia indescrivibile di Elisabetta di avere un figlio, nonostante l’età non più giovanissima. Probabilmente, la mentalità di oggi, avrebbe già rinunciato: non “viene” il figlio? Meglio, avrai più tempo per la carriera! Ma serve davvero un figlio? Una donna, nel nostro secolo, non ha bisogno di un figlio per avere un’identità! Le donne bastano a se stesse, non debbono cercare nel figlio chissà cosa… alla sua epoca invece, nonostante le rassicurazioni dell’evangelista, sicuramente non mancavano i dubbi e le perplessità, al riguardo: è vero, è la moglie del sacerdote Zaccaria, ma chi ci assicura che lei, non appena il marito si volta, non trasgredisca a qualche legge? Sembrano tutti “giusti”, visti da lontano, ma, a vederli da vicino, come si dice? “Il migliore ha la rogna”. Sarà pur vero che non le si può dire nulla, ma perché non pensare che sia una punizione divina? Gli uomini sbagliano, Dio no!
Quasi a ricacciare in gola tutti questi cattivi pensieri, quando ormai l’idea del figlio è pressoché accantonata e la fiducia nel “Dio dei padri” ha lasciato il posto ad una rassegnazione (che si fa sentire, ogni tanto, con una punta di mestizia, ogni qualvolta spunta il musetto di un cucciolo d’uomo che fa capolino dalle braccia di qualche donna), arriva l’intervento di Dio, che ammutolisce Zaccaria e certifica, a chiunque conosca la coppia che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). 

Con Maria, la rivoluzione è ancora maggiore. Non è solo un bambino concepito “fuori tempo massimo”. È il Figlio di Dio che trova posto nel grembo di una Vergine, che vergine rimane: è il finito che incontra l’infinito, è una madre che si fa figlia del Figlio di cui è madre, è l’assoluto che si fa bisognoso di ogni cosa. 
Sappiamo bene come questo punto sia, del resto, quello che pone molti problemi, al giorno d’oggi. Maria di Nazaret poteva essere solo Vergine, ma non Madre, oppure Madre, ma non Vergine. Entrambe le opzioni avrebbero – per così dire –  semplificato qualunque spiegazione del rapporto tra la Madonna e il Verbo Incarnato. Invece no. Il mistero della loro relazione rimane parzialmente coperto e mai, pienamente, svelato.  
Eppure, a ben vedere, questa scelta, così difficile da comprendere, quasi paradossale, ci dice, però qualcosa su Dio.  

Dio mostra sempre la propria potenza quando oltrepassa le leggi di natura e ciò avviene sia consentendo ad una vergine di partorire che ad una donna sterile. Nel primo caso, però, ci comunica qualcosa di molto importante, su entrambe le condizioni (la maternità e la verginità). 
Sappiamo che già ai tempi di Gesù c’erano probabilmente gruppi di ebrei che vivevano in comunità una forte spiritualità e praticavano la verginità. Sappiamo che in diverse culture, la verginità è vista come condizione per la dedizione totale a Dio e non è – quindi – un unicum del cristianesimo, né del cattolicesimo. Sappiamo anche, poi, come – tra le varie confessioni – vi sia una differente applicazione della verginità, secondo leggi canoniche ed ecclesiastiche differenti.   

Maria di Nazaret, nel suo essere verginalmente Madre di Dio, ci accompagna ad esplorare le profondità di una condizione di ricchezza che, forse, è poco analizzata. Ci può essere una maternità che è sterile, perché non è vissuta come un dono, bensì come qualcosa di “dovuto, necessitato”, quasi fosse un diritto, di cui richiedere risarcimento, se non arriva come, quando e dove voglio io. Naturalmente, una mentalità simile non è solo femminile e non si applica solo al concepimento di un figlio: è quel peccato del pensiero, per cui io mi sostituisco a Dio, vorrei dettargli le priorità e gli ordini del giorno, perché non c’è nessuno che abbia capito come si sta al mondo meglio di me. Al contrario, la fecondità non è (solo ed esclusivamente) nell’avere un figlio tra le braccia. Innanzitutto, vi sono molti modi di essere madri, tra cui scegliere l’adozione, ma soprattutto modalità ancora più altruiste, come l’affido temporaneo, oppure il sostegno a distanza che consentono a tanti bambini di non essere sradicati dai propri luoghi ed affetti, ma migliorare le proprie condizioni di vita: sono modalità con cui una famiglia aiuta un’altra famiglia, nel nome dell’unica fraternità umana, per cui siamo una grande famiglia, che ha – complessivamente – il compito di crescere la generazione successiva. La fecondità, poi, va oltre una maternità “stabile e concreta”: anche chi fa scelta di verginità non può permettersi di esimersi dal diventare madre.  

In Maria, verginità e maternità s’incontrano perché è Madre dell’Amore, in tutte le forme che la generosità prevede.    
 
Ogni uomo ed ogni donna sono, infatti, chiamati alla fecondità, che si esprime in molti modi. Ci sono lacrime da asciugare, incertezza da confortare, sostegno da dare, fallimenti da constatare; ma anche: vittorie e gioie da condividere, obiettivi da raggiungere, successi inaspettati e, per questo, ancora più belli. Non c’è un modo migliore o peggiore. A ciascuno è chiesto di vivere, in pienezza e con generosità, la propria vita, diventando padri e madri, perché è in questo che consiste la vita adulta. Essere responsabili di chi ci è affidato con quella generosità, per cui l’obiettivo – anzi, quasi sempre, doloroso – consiste nell’educare (cioè “trarre fuori”) quelle potenzialità nascoste ma pronte ad essere dirompenti, fin tanto che queste renderanno inutile la nostra presenza.

Che dire, dunque, se non concludere con un augurio: buona maternità e paternità a tutti! 


Rif: Rete Sicomoro

Fonte immagine: Papaboys.org

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