Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

NASCITA 2

A Nazareth.

Maria – mi piace assai chiamarla col suo nome ebraico, Myriam – è una buona figliola senza dote, eccetto quel nome discreto, immacolato. All’infuori di quel segreto che custodisce come vanno custoditi i segreti che appartengono ai Re: con accurata gelosia. L’inizio della sua storia è di una semplicità a dir poco disarmante. Sono sette nomi propri, di persone e di luoghi, infilati l’uno dentro l’altro: Gabriele, Dio, Galilea, Nazareth, Giuseppe, Davide, Maria. Ad unirli, esce fuori la storia scritta da Luca: «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). “T’aspettavi qualcosa di straordinario? – sembra dire l’evangelista – E’ proprio una storia normalissima”. Non è una di quelle storie per inscenare le quali occorre mettere in piedi una scenografia apposta, usare la fantasia per inventarsi dei personaggi, ambientarla chissà dove. E’ una delle tante storie che potremmo ascoltare tutti i giorni se, solo, avessimo l’ardire di non collegare sempre storia-povera con storia-da-niente.
Myriam racconta una storia di periferia: è donna di Palestina, una piccola provincia periferica dell’impero romano. E’ donna di Galilea, che è la regione ai margini di Israele – quasi Libano, quasi Siria -, regione minore, quasi eretica. E’ una donna di Nazareth, villaggio mai citato nella scrittura: senza storia, nessun ricordo, senza futuro. E’ donna dentro una società governata dai maschi. Tra le altre cose lei è giovane, mentre il potere è ben saldo nelle mani degli anziani. E’ anche, probabilmente, mezza-analfabeta: la sua religione, però, ha il culto della Parola scritta. L’ultimo inghippo, mica da poco: scoprono che è incinta prima di andare a vivere assieme al marito. Si narra di un amore un po’ discusso. Leggi, dunque, questa storia e ti chiedi: “Ma cos’aveva di così particolare, costei?” La risposta, quasi-certamente, è spiacevole: in un mondo di gente normale, era una delle poche che aveva scelto d’essere felice: «Maria viveva una vita comune a tutte – scrive don Tonino Bello -. Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l’acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile. Anche lei tornava stanca alla sera, dopo aver spigolato nei campi. Anche a lui un giorno dissero: “Maria, ti stai facendo i capelli bianchi”. Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sfiorisce» (Maria. Donna dei nostri giorni). Il risultato è che, dopo quella volta, c’è stata un’iradiddio di uomini che son caduti ai suoi piedi, in ginocchio. Mica gente da quattro soldi. Vi segnalo qualche nome: Simone, Duccio di Buoninsegna, Cimabue, Gentile da Fabriano, Lorenzetti, Giotto, il Beato Angelico, Raffaello, il Tiziano, Leonardo Da Vinci. Chi con pennelli-e-colori, chi con le note musicali: il Verdi, Rossini, Perosi, Schubert. Pittori, artisti, sopratutto poeti: Charles Peguy, Dante Alighieri. Questi sono solamente alcuni, la lista è infinita, tutt’oggi in corso di perenne aggiornamento: Ambrogio, Agostino, Basilio di Cesarea, Cirillo, Gregorio Magno, Anselmo, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio.
Di fronte a questa ondata di stupore, qualcuno potrebbe anche ingelosirsi, sbuffare: “Gente, non è che si è un po’ esagerato con questa donna?” Forse si, o forse no: la risposta rimane nei silenzi di Dio, la gente resta tutta nella sua curiosità. Perchè lei appare, nei Vangeli, in un giorno qualunque, la scenografia è spoglia, i segni sono miseri, non c’è gente avvisata per non perdersi la scena. Non ci sono luci ad effetto, il Tempio è una cosa lontanissima. Niente di niente. E questo e già un mezzo annuncio, un’ondata di sorpresa: «E’ proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso – scrive J. Ratzinger -. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce, muore, da Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente di rende capaci di “vedere”» (Gesù di Nazareth). Eppure, se ci pensi, c’è tutto il necessario: c’è un Dio-in-azione. E’ da batticuore pensare che Dio ti venga a cercare non solo nelle cattedrali, nelle sinagoghe, nella chiese – nelle giornate mondiali della gioventù, nei ritiri diocesani, nei ritrovi dell’Azione Cattolica – ma, sopratutto, nella vita di tutti i giorni: davanti alla lavatrice, in officina, dentro una classe, dentro la galera. C’è che Dio è così: il modo migliore che conosce per dirti “Mi manchi” è farsi trovare sotto-casa, dentro il daffare di tutti i giorni. Eccola, Maria: ha aperto la porta di casa sua a Dio e ha scoperto di non avere più nessuna dimora a disposizione. Una strada-da-inventarsi era la sua nuova storia.
La sua storia la conoscete tutti: l’annunciazione dell’angelo, la visita alla Elisabetta-cugina, il chiarimento con Giuseppe, il viaggio per farsi censire nella città di Betlemme, la nascita all’addiaccio del suo figliolo, la fuga-costretta verso l’Egitto, la scappatella di Cristo a Gerusalemme – con relativo spauracchio dei due genitori -, tutti quegli anni passati a Nazareth, tra casa e bottega. (Mauriac) Poi quella storia successa a Cana di Galilea, le giornate passate a star-dietro al Figlio che si fece vagabondo, il suo rimanere madre fin sotto la Croce. Ha fatto tantissimo, parlando pochissimo: solo quattro volte apre la bocca. Quattro colpi da mortaio: nella stagione dell’Annunciazione, a casa di Elisabetta per cantare il Magnificat, nel Tempio per dare rimbrotti a quel bambino intelligente, a Cana di Galilea per suonare la sveglia al figlio trentenne. Poi stop: punto e a capo. Alle parole, il silenzio: e saranno colpi decisivi, definitivi, sin quasi letali.
E’ in una di queste giornate – silenziose, anonime, impercettibili – che, se fossi pittore, mi piacerebbe ritrarre Maria: nel mentre sale il Calvario.

A MULHER ADULTERA

Verso il Calvario

Sono passati ventuno anni dall’ultimo dolore, quello d’averlo perso dentro il trambusto di Gerusalemme. Di ventuno, diciotto sono trascorsi nella calma e nella pace della casa di Nazareth. Impossibile, anche solo immaginare, cosa sia significato essere la madre di Dio, avendolo per padre: ricevere da Lui, per anni diciotto, la sottomissione e l’ubbidienza e, nel contempo, impazzire d’amore per Lui. Lei, grazie a lui, è diventata madre, quando lui è diventato figlio, è legge di natura: nel momento in cui nasce un bambino, nasce la madre. Non esisteva prima. Esisteva la donna, la madre no. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo. Trascorsi diciotto anni, si separò da lei: «Prese un mantello, allacciò i suoi sandali, e disse a sua madre una parola d’addio che non sarà mai conosciuta» (F. Mauriac, Vita di Cristo). A trent’anni il Padre gli aveva dato delle commissioni da svolgere. Quei tre anni passarono rapidi: Maria, in disparte, vi assistette. Fino al giorno in cui Pilato si lavò le mani e mandò al massacro il suo Cristo: era il suo bambino, era il suo Dio. E Maria, dov’era?
Stava lì, tra la folla, a invocare la pietà per quell’uomo innocente. Da tre giorni piangeva, lo seguiva, errava. Seguiva quello che per lei era il funerale di un vivo, faceva parte del corteo. Era come se fosse un’accompagnatrice, una frequentatrice, una poveretta, una mendicante. Non aveva mai chiesto nulla in vita sua, adesso chiedeva la carità per suo figlio. Non sentiva neanche più i suoi piedi che la portavano, più nemmeno le gambe che la sostenevano. Anche lei era salita fino a lassù, fino sopra il Golgota. Le facevano compagnia, quasi scortandola, tre-quattro donne, le pie-donne: un piccolo corteo, dietro il grande corteo. La cosa strana è che tutti le portavano rispetto: la gente rispetta molto i genitori dei dannati. La chiamavano la povera donna, intanto picchiavano forte suo figlio. Gli uomini sono come sono, mai li si potrà cambiare: «Lei non sapeva che al contrario lui era venuto a cambiare l’uomo» (Ch. Péguy). Seguiva, piangeva: non c’era nessuno che l’offendesse. Immagino che più di qualcuno, vedendola, si sia accorto: “Guardala: è invecchiata di dieci anni”. In tre giorni era invecchiata di dieci anni. Non capiva più nulla: capiva solo che il governo era tutto unito contro il suo Gesù, e che avrebbero avuto la sua pelle.
Lei, però, non la deridevano, la gente non la guardava nemmeno, forse per rispettarla meglio. Anche lei era salita, fino in cima, anche lei aveva fatto la sua via-crucis. Sono quattordici stazioni, le aveva fatte tutte, anche se forse non se n’era nemmeno accorta: in certi momenti, anche la testa di una mamma va in confusione. Noi, che non le abbiamo mai percorse, le sappiamo invece tutte a memoria. In tre giorni Maria era diventata spaventosa da vedere: ci si sarebbe burlati di lei, se non fosse stata la madre del condannato. Le guance devastate, scavate, segnate: le lacrime avevano solcato le guance. Gli occhi le ardevano, quasi bruciavano: non si ricordava di aver mai pianto così tanto in vita sua. Piangere le rendeva sollievo. Erano lacrime, memoria: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perchè siano svelati i pensieri di molti cuori». Parole di trent’anni fa, dolore di oggi: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,33-35)
Il Figlio, intanto, sulla Croce ribolliva di strazio. Pur febbricitante, s’accorse tra la folla di quel cuore: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala – annota l’evangelista –. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!” E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,25-27) La mamma tiene il bambino per mano solo per un breve tempo, ma il suo cuore l’accompagna per tutta la vita. E’ per questo che a nessuna madre dovrebbe toccare di vivere più a lungo del figlio, capitare di accompagnare un figlio al cimitero. A Maria è capitato: s’accorse, salendo, che il figlio non era più suo, era di tutti eccetto che di lei. Nessuno lo adorava, tutti imprecavano contro. Lei, però, non invocava nessuna vendetta dal Cielo, perchè sulle anime di quegli uomini doveva andare l’amore: «Il diventare Madre degli uomini le sarebbe costato il suo Divin Figlio, ma era disposta a pagare un tale prezzo» (F. Sheen).
Quando, straziato, il Figlio morì, Maria, straziata, resistette sotto la Croce. Non tutte le mamme soffrono alla stessa maniera: più delicato è il cuore, più acuto sarà il soffrire. Morì il Figlio ma non la Madre: «Se tu mi hai dato la vita – ha scritto in un suo pensierino Luca, 6 anni, per il compleanno della mamma -, vuol dire che per un giorno sei stata Dio». Capite, donne? La mamma – da quella di Dio fino alla mia – fa sempre tutto il possibile, anche l’impossibile certe volte tentano: spesso, però, dimenticano di stupirsi per quanto tutto questo significhi. Dopo morto, gliel’hanno ridato in braccio: i due amici del crepuscolo – Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – appoggiarono una scala alla croce, come si appoggia la scala ad un fico per prendersi i dolci frutti, vi salirono e staccarono quel corpo. Poi lo rimisero in mano alla mamma: finalmente! Cristo, stava nelle ginocchia di Myriam come una rosa appassita. Era come se il Figliol prodigo fosse tornato a Nazareth, fosse ritornato nella grotta: depostolo dalla Croce, lo deposero tra le braccia di sua Madre, come poco più di trent’anni prima. Poi – anche se non era ancora sazia di guardarselo – accettò il regalo dei due amici: lo consegnò perchè fosse sepolto.

Maria

Giù dal Golgota

Assieme, avevano già compiuto un viaggio triste: verso una grotta, tra le vie di Betlemme, dove non c’era posto per Lui. Non bastava, ecco un secondo viaggio: dal Golgota verso una tomba altrui. «Alcuni perdono la madre; altri un figlio; altri una sposa. Ma Maria perdette tutto quanto (aveva) nel perdere Dio» (F. Sheen). Eccolo qui, quando ripenso a Maria, l’attimo più denso di strazio di tutta l’avventura: scendere dal Calvario senza più il Figlio. Tornare dal cimitero senza più corteo, senza bara, sguardi. Gli ultimi. E’ l’immagine più dignitosa che conservo di Maria: rifà, da sola, il cammino fatto la mattina in compagnia di un intero corteo, ripercorre per la seconda volta la via-crucis, dalla quattordicesima stazione – quella più vicina al corpo del Figlio – alla prima, quella più lontana dai suoi sogni di madre. Il cammino, stavolta, pare ancor più difficile. Ogni cosa le parla del Figlio: “Qui è caduto la prima volta – pensava tra sé – , qui Veronica lo ha toccato, qui ho visto che mi ha cercata tra la gente, qua l’hanno battuto come un caco sull’albero. Guardate questa: è una ciocca dei suoi capelli, la riconosco. Qui, l’altra sera, poteva ancora cambiare tutto, bastava solo volerlo”.

«Le aveva fatto fare la sua via crucis, a sua madre.
Da lontano, da vicino.
Lei aveva seguito.
Una via crucis molto più dolorosa della sua.
Perchè è molto più doloroso veder soffrire il proprio figlio.
Che soffrire noi stessi.
E’ molto più doloroso veder morire il proprio figlio.
Che morire noi stessi»
(Ch. Péguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco)

Torna a casa da sola, quella sera, Maria. E una madre sola, col capo chino, è uno spettacolo desolante: accanto non ha più Giuseppe, non ha più il Figlio: è da sola, tutta sola a reggere il peso del destino dell’umanità. Samuele aveva 12 anni, l’ho conosciuto l’anno scorso, proprio in questi giorni: il suo sguardo valeva come un privilegio. E’ morto, stroncato da un male bastardo, il 22 maggio. Ieri sono tornato in quella scuola, in quella cameretta, da quella mamma. Anche lei, sotto Natale, stava percorrendo la via-crucis al contrario: “Sono giorni duri, don Marco, perchè penso che l’anno scorso Samu era con noi. Avevamo fatto l’albero con lui, era stato lui a sistemare le statue. Qui dentro (e con lo sguardo abbraccio tutta la casa) lui era la luce”. Edo, il fratellino, ha voluto che andassi con lui a vedere la loro cameretta: c’erano ancora due letti, su uno adesso sta un grande pupazzo. “Io sono allergico alla polvere – mi dice col suo sorriso – ma quel pupazzo non lo tiro via. Quando mi manca mio fratello, io lo tocco”. Anche Edoardo, alla faccia dei suoi otto anni, sta facendo la via-crucis al contrario: dal Natale con suo fratello al Natale senza Samuele. «Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte (Amen)»: così pregherà Maria, nei secoli, il popolo cristiano. Perchè lei è diventata, in quel viaggio di ritorno fatto da sola, la guardiana dell’ultima-ora: “Dacci una mano, Maria, perchè quando accadrà, ognuno accolga quell’ora-di-buio sentendo che tu gli sei accanto, che non siamo soli”. In quell’ora, nella quale anche il Cielo sembra collassare, noi saremo orfani se tu non ci vorrai essere madre.
M’immagino Maria nel mentre scende dal Golgota e penso che, alla fine di tutto, diventando madre cambi solo una cosa: conosci l’esatto momento in cui smetti di essere la persona più importante della tua vita. E’ per questo che tutte le madri, quando amano i loro bambini, sono un po’-Maria, sono tutte ricche: non esistono madri povere, brutte, vecchie. Esistono le madri. Quelle creature che, dalla casa di Nazareth alla cima del Golgota, passando per la stalla di Betlemme son capaci di amare fino alla follia. Fino a non perdere la testa quando il mondo intero ha già deciso di spegnere la luce, di calare le tapparelle.

Conclusione. La Vergine pallida

«La Vergine è pallida, guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto su un viso umano. Perchè il cristo è suo figlio, carne della sua carne e sangue delle sue viscere. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrì il seno, e il suo latte diventerà sangue di Dio. Qualche volta la tentazione è così forte da farle dimenticare che è Dio. Lo stringe tra le braccia e dice: “Bambino mio”. Ma altri momenti rimane interdetta e pensa: “Lì c’è Dio”.
E viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore. Tutte le madri in qualche momento si osno arrestate così di fronte a quel frammento della loro carne che è il loro bambino, sentendosi in esilio davanti a quella vita nuova che è stata fatta con la loro vita e che è abitata da pensieri estranei.
Ma penso che ci siano anche altri momenti, fuggevol ie veloci, in cui Ella avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è mia carne. E’ fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. E’ Dio che mi assomiglia”. Nessuna donna ha mai potuto in questo modo il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e che respira, un Dio che si può toccare e che ride.
E’ uno di questi momenti che dipingerei, se fossi pittore, Maria»
(J. P. Sarthre)

 

***

 

(Lettera di una madre al figlio. Letta sul muro di una cella di galera)

«Figlio mio, guardami. Sono sempre io, tua madre.
Ora mi vedi spenta, stanca, svuotata di energie e assente. Ma sono sempre io, colei che ti ha voluto con tutto il cuore e ti ha messo al mondo. Non guardarmi con disprezzo, gli anni passano per tutti e la vita non è clemente con nessuno.
Sono la donna che sempre ti ha protetto, che sempre ti ha amato e custodito nel suo cuore. Sono la donna che ha pianto per te, che la notte non ha dormito vegliandoti e che di giorno si è dedicata completamente a te: sono semplicemente la tua mamma.
Se un giorno guardandomi mi vedrai vecchia e svampita, se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirti: abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo. Pazientemente e con immenso amore.
Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te, che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui l’ho fatto io per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza. In cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.
Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere: ascoltami. Quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finchè non ti addormentavi.
Quando non voglio lavarmi, non biasimarmi e non farmi vergognare: ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perchè non volevi fare il bagno.
Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico: io ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc.
Quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso, dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco no nti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il bisogno di essere con te e averti lì vicino, pronto ad ascoltarmi.
Ricordalo sempre, non lo dimenticare mai: anche domani sarò tua mamma».

 


(*) Testo della meditazione tenuta da don Marco Pozza a Cogollo del Cengio (VI) nel percorso dell’Avvento 2016 dal titolo La scomodità di Dio.

 

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