Contadino nel campo, al tramonto

Giobbe, il contadino e il servo. Uomini, per motivi diversi, prostrati nella polvere, vilipesi, disonorati. Che la Parola di Dio mette al centro della scena. 

Giobbe e l’ingiustizia divina 

L’estratto liturgico rischia di non rendere conto dell’incredibile densità offerta dal libro di Giobbe. Un testo articolato, complesso e composito, di natura sapienziale, che si interroga sulla giustizia divina e sull’operato di Dio nella storia. Di struttura dialogica e dal sapore teatrale, mostra il susseguirsi di incontri e dibattito, in cui il protagonista prova, faticosamente, a riemergere dall’abisso in cui, suo malgrado, è precipitato.  

«Dio ha dato, Dio ha tolto» 

Più di quanto è notorio, come la “pazienza” di Giobbe, preziosi sono gli interrogativi che ci fa sorgere in cui ci accompagna. E l’alleato più prezioso, paradossalmente, è proprio Lucifero. Facile lodare Dio quando va tutto liscio. Facile vivere la gratitudine quando non c’è motivo per essere ingrati. Banale non lo è mai, perché non è scontato accorgersi di avere un elenco di motivi di gratitudine sempre più lungo dei misteri da sciogliere. 

La ri-scoperta della relazione 

Da tutto il lungo libro di Giobbe, emerge la realtà più autentica che è sottesa alle vicissitudini del protagonista: al di là della possibilità di ricevere risposta a quegli interrogativi che urgono, quando la sofferenza bussa alla porta, al cuore di ogni interrogativo c’è in realtà la ricerca dell’autenticità della relazione che rischia di rimanere superficiale, finché non è messa alla prova. Il dolore e la sofferenza diventano, allora, non più una prova morale per il fedele, ma, piuttosto, la “prova del fuoco” per la relazione stessa. 

Il lavoro, servizio e onore  

La seconda lettura ci pone innanzi un contadino, mentre il Vangelo un servo. In entrambi i casi, si tratta di un impiego che, dall’antichità all’età moderna, spesso poteva essere analogo per miseria, incertezza, fatica, così come la probabilità di patire la fame. Eppure, l’epistola, diretta a un pastore della comunità, si rivela solo una metafora funzionale per parlare del lavoro di semina e di dedizione, che caratterizza il governo di una comunità, già all’epoca dei cristiani. E che, come ogni servizio educativo, esige la generosità di chi si spende senza posa, senza illudersi di poter visualizzare, in tempi brevi, risultati del proprio operare. 

Il servo inutile 

Nel diciassettesimo capitolo di Luca, incontriamo il “servo inutile”, quello che non si fa illusioni, che sa stare al proprio posto. Forse, addirittura, di potrebbe leggervi una lettura svalutante dello stesso discepolato, in termini che lo renderebbe analogo alla relazione religiosa islamica, descritta dalla sottomissione del fedele a Dio, quale estremo ideale da perseguire. Almeno, questo pare il significato più immediato.  

Inutile. Come l’amore 

In una società contadina era forse più facile recepire queste pagine. In una, come la nostra, così funzionalista e legata all’utile da ottenere, le parole dell’epistola illuminano il brano evangelico, perché lasciano emergere una distinzione fondamentale tra l’uomo e Dio. Dio lascia liberi, ma rimane fedele, perché non può contraddire se stessi. L’inutilità del servo è l’inutilità dell’amore. Inutilità pratica, che si rivela fondamento per l’essere umano di ogni tempo.  


Rif. Letture festive ambrosiane, nella VI domenica dopo il martirio del Precursore 

LETTURA Gb 1, 13-21 

Lettura del libro di Giobbe 

 Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabei hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». 

 EPISTOLA 2Tm 2, 6-15 
Seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 

Carissimo, il contadino, che lavora duramente, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra. Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità. 

VANGELO Lc 17, 7-10 

Lettura del Vangelo secondo Luca 

IIn quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». 


Fonte immagine: generata tramite Gemini AI 

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