Usò la metafora della rete consapevole che gli amici l’avrebbero compresa al volo: erano quasi tutti figli o nipoti di pescatori, discendenti di gente che della pesca aveva fatto la loro ragione di vita. Il fatto, poi, che un giorno abbiano avuto l’evidenza lampante che non era con i pesci che riuscivano a saziare la loro sete d’infinito, accredita loro raddoppio di fiducia, non detrazione sulla loro abilità di pesca: «Molte persone vanno a pescare tutta la loro vita senza sapere che non è il pesce quello che stanno cercando» (H. Thoreau). Va detto, a loro discapito, che una vota abboccata la certezza che il pescare uomini li farà godere molto più del pescare i soliti pesci – «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19) -, quel giorno, senza calcolare troppo il rischio d’impresa, lasceranno le cose certe per le incerte pur di avventurarsi in compagnia del Cristo che, avvezzo al legno, si improvvisò Maestro nell’arte della pesca. Di una nuova modalità d’intendere quel loro vecchio mestiere. Cerca di spiegare loro, dunque, cosa sia questo benedetto Regno dei Cieli partendo da ciò che già conoscono, il pescare per l’appunto: «Il Regno dei Cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Che, conti alla mano, è già una mezza rivelazione: per Cristo, l’offerta della salvezza non verterà sulla base di qualche preferenza – merito, simpatia o quant’altro – ma sarà un’offerta rivolta a tutti. Come, appunto, la rete gettata nel mare non accetta solo pesci di qualità – cefale, spigole, muggini – ma accetterà qualsiasi pesce si stringa alle sue maglie, finchè sarà piena. Allora «i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere». E, parlando del più e del meno, «raccolgono i pesci buoni nei canestri e gettano via i cattivi». Il pescatore, giunto a riva, avrà fatto la sua parte: quella di gettare la rete in acqua. Anche la rete, ormai a riva, avrà fatto la sua parte: avrà accettato di trattenere i pesci che hanno chiesto d’essere imbarcati. D’ora innanzi, la destinazione finale tra l’essere raccolti nei canestri o l’essere gettati via non dipenderà più dalla rete o dal pescatore. Sarà, esclusivamente, conseguenza di ciò che avrà scelto di essere il pesce: buono oppure cattivo. La pesca, insomma, andrà sempre bene: saranno le catture, nel caso, a variare.

Nessuna rete – nemmeno nell’epoca dell’intelligenza artificiale – sarà mai in grado di discernere la bontà o meno del pesce: resta affare del pescatore. A lei spetterà solo di imbrigliare più pesci possibile per tutta la durata della pesca. Dio, insomma, tenta in tutti i modi di pescarci tutti per tirarci fuori dal mare di ciò che non possiede il senso più bello: manda al largo i pescatori, li invita a calare la rete anche col sole a picco, ci trascina fino alla sponda della storia. Poi, però, appare chiaro che la salvezza non dipenda solo dall’essere pescati ma dal fatto d’essere buoni. Tradotto: per salvarsi non basta essere presi nella rete, occorrerà la scelta di essere buoni, diventare santi. La rete dei sacramenti, nelle giornate della Chiesa, sarà sempre nell’acqua, a fare il suo mestiere: pescare. Diventare buoni, però, sarà l’affare nostro: nelle piccole scelte, nei gesti minimi, nel mezzo di una ferialità solo in apparenza grigia e anonima. Nella rete c’è spazio anche per i cattivi: anche a loro viene offerta la salvezza. Per salvarsi, però, occorrerà l’essere diventati buoni, non il semplice fatto di essere nella rete. Della serie che senza la Grazia a poco valgono i nostri tentativi di salvarci: è lei che ci viene a cercare (anche) nelle acque torbide, cocciuta fino a farsi irridere dagli esperti di pesca. Senza la nostra volontà, però, neanche la Grazia potrà nulla ai fini della salvezza: «Il Dio che ti ha creato senza di te – scrive sant’Agostino – non potrà salvarti senza di t»e. Detto da lui, poi, è la classica situazione che “vale doppio”.

Non salva la rete del pescatore, nemmeno la volontà del pesce: a salvare sarà la collaborazione tra la rete e il pesce, tra Grazia e libertà. E’ l’abilità del «padrone che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (cfr Mt 13,44-52). Nella pesca, poi, anche per Dio vale il detto che chi tira la rete troppo presto perde il pesce e l’esca.

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Vangelo di Matteo 13,44-52).

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