Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Probabilmente sarà proprio un gioco da bambini. Quaggiù noi, discendenti diretto dell’homo sapiens, immaginiamo chissà che cosa. Fantastichiamo soluzioni ardite, pretese folli, risultati impossibili. E, invece, probabilmente, alla fine allargheremmo le braccia e ci guarderemmo sconsolati. Come a dire:  “tutto qua?” Sarà proprio così: tutto qua! Cioè: elementare conclusione. Tipo: 1+1=2. Oppure: “il fratello di mio fratello è mio fratello”. Oppure al massimo: “se c’è coda in autostrada ci metti più tempo ad arrivare”.
Tu ci pensi mai a come sarà il Giudizio Universale? Cioè la soluzione di quest’intricatissimo e ingarbugliato quesito che quaggiù ci fa imbestialire e rodere, innamorarci e preoccuparci. Sperare, di-sperare, vagare?

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Successe tutto per colpa dell’uomo. Quando, ingarbugliato nella sua fantomatica potenza, decretò che Dio non era un sogno impossibile, una mèta ardita, un obbiettivo inavvicinabile. Mèmore dell’impresa risultata mancata nella biblica pianura di Sennaar – in quella Babele oggi gemellata con troppe teste pensanti – tentò per altre vie di esplorare gli arcani misteri e segreti dell’Altissimo. Sì, l’uomo decise di voler giocare pure con Dio quando, a conti frettolosamente fatti, s’avvide che la sua intelligenza poteva competere tranquillamente con le ali delle aquile di biblica tenerezza. Imprigionato nelle biblioteche, compresso nei laboratori scientifici, ingobbito nella fatica del quotidiano, volle tentare la scalata che sembrava la più affascinante, indomita, orgogliosa. Ma non seppe mai scoprire le segrete vie che percorrono le aquile, quando figliano le camozze, dove partoriscono le cerve. E nemmeno seppe scagliare fulmini nel cielo, elargire all’ibis la sapienza, donare al gallo l’intelligenza. Pure il corvo, fosse stato per l’umana sapienza, non avrebbe trovato preparato il suo pasto. Eppure i suoi nati gridavano, come verso Dio!
Ma bastò poco – l’attimo esatto di un Dio che si fissasse di farsi uomo – per scoprire che certe cose non erano difficili da capire. Da intuire. Da imitare. Erano solamente impossibili perché Dio le aveva nascoste. Nascoste: perché se l’uomo decide di giocare con Dio, Dio s’immagine che l’uomo conosca le regole del gioco. (Anche Dio ogni tanto sembra illudersi nella sua sovrumana bellezza…!) Pare un gioco da bambini, eppure è un gioco celeste: l’uomo che arrogante va cercando, Dio che misericordioso va nascondendo perché l’uomo s’abbassi a mendicare. Di per sé non sono cose facili, non sono nemmeno cose difficili: sono semplicemente nascoste. Siamo di fronte ad un caso di contrabbando divino. Lo assicura il Matteo evangelista: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Perché se l’uomo osa giocare, pure Dio sta al gioco: pena il tradimento dell’Amore che nutre verso i piccoli nati da Lui. Nascoste agli intelligenti, “proprietà privata” con tanto di divieto di accesso per chi al cuore preferisce la testa, ai piedi scorticati comode scarpe di velluto, al cuore trafitto una museruola in rigoroso cashmire a offuscarne il respiro. Ed è sbalorditivo il compimento a cui il Figlio – fedele e obbediente alleato del Padre nel gioco – s’aggrappa: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”. Cioè: “Sì, o Padre, perché ti vuoi divertire”. Perché hai scoperto, come i bambini, la dolcezza e l’esuberanza del gioco. Perché io e Te, in banda assieme, imbrogliamo l’arroganza di chi vorrebbe conoscere le regole del gioco senza leggerne le istruzioni! bambini.jpgE se l’uomo, nelle osterie dell’esistenza, batte pugni sui tavoli, inanella poesie semiserie e s’ingegna stramberie assordanti, la “premiata ditta” celeste gioca nel silenzio, al ritmo di un giumento tanto disprezzato dall’uomo. Parola di Zaccaria, profeta del Testamento Primo: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zc 9,9-10). Aquile e leoni, greggi di pastori e pastori di greggi. E poi carname di pesci, tortore nelle fenditure, leggiadria di cerbiatti. No: hanno già troppi fans questi animali! Dio s’invaghisce di un somaro! Accendersi di desiderio per un somaro è da “picchiati in testa”. Eppure battono sentieri impraticabili, s’abbeverano dell’impossibile, portano pesi insopportabili, non conoscono la stanchezza, cadono e si rialzano, fuggono le manie di grandezza. Pure loro sono protagonisti del contrabbando celeste. Perché l’asino – al pari dei piccoli per cui il Vangelo investe sospiri degni dei più grandi amori – rammenta fatica e pazienza, ripetitività e ostinazione, cocciutaggine e tenacia, ingratitudine obbedita e obbediente fedeltà. Ieri era nel bosco che tirava vecchi tronchi d’abete. Oggi è in strada a trainare un carro. Domani starà sulla porta a firmare l’ennesima fedele presenza. Anche se va piano: non corre, non trotta come il cavallo, non è bello. Lo prendono in giro! Eppure quel ritmo, per il Signore dei cieli, è perfetto. Puntuale, sincronico, musicale. Perché l’uomo non lo raggiungi con la velocità, con la potenza, con l’esplosione. Lassù sanno che ammansire l’uomo è opera d’elevata ingegneria dell’anima: lo si deve aspettare, incrociare, provocare, far cadere, accendere, spingere, rallentare. Lasciarlo piangere, ridere e dar di matto. Aiutarlo a correre, rialzarsi e incamminarsi. Vederlo ferito, lacerato, strattonato. Squattrinato. Per chi vuole dominare “da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra” la tabella di marcia dettata dall’asino assicura energie fino al traguardo. A scommettere sui cavalli nessuno osa recalcitrare. Farlo sui somari è un’idiozia divina. Ma questi sono i piccoli del Vangelo: sono sognatori che non si arrendono mai. E nella storia s’impastano così i vincitori perchè “un vincente è un sognatore che non si arrende mai” (N. Mandela).
Negli abissi della Scrittura la statura non si misura per altezza. Esiste solo una dimensione, quella della bassezza. Della piccolezza. Della limitatezza. Eppure i piccoli sono sempre lì: non vanno nel deserto, ma te li ritrovi tra i piedi al mercato, sulla piazza, nei crocicchi delle strade. Suscitano interesse, irrisione, malintesi. Importunano e infastidiscono. Non importa. Stanno lì: al ritmo dell’asino. Cioè lenti, testardi, cocciuti. Fedeli all’uomo per essere ritenuti fedeli a Dio.

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I piccoli lo sanno: si può cadere e rialzarsi. Obbedire, disobbedire, pensarci. Arrabbiarsi, sbeffeggiare e inaridirsi. Correre, danzare e cantare. Scrivere, scarabocchiare e pensare. Ridere, immaginare e creare. L’uomo non più, ma loro sì che avvertono ancora, nelle sere d’estate, l’urto della secchia nel pozzo, la canzone del fuoco, il tonfo di una mela, le parole cupe sulle soglie, il grido del bimbo. Le cose che non passano mai. Forse per questo fanno paura all’uomo: che, insabbiatosi insabbiando, cerca di deturparne la bellezza.
I piccoli lo sanno. Si può partire o restare. Vincere o perdere. Tanto perché preoccuparsi dell’uomo intelligente? Deve ancora capire, lui, che “chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare, e non prova nemmeno a correre” (O. Pistorius, Dream Runner)

Però si pensano grandi. Che ridere!

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