Caino, stamattina, ha indossato la sua tuta da operaio. Mai come stamane quelle vesti operaie assomigliano tantissimo a quelle liturgiche: nel Nord-Est dell’Italia, c’è pur sempre una risurrezione da celebrare. Quando scende dal pullman, che dalla clausura del carcere lo conduce al cancello dell’azienda, le mani tremano: «Non sono riuscito a dormire tutta la notte – mi confida mentre lo abbraccio -: mi sono passati davanti gli incubi, i sogni». Lo stringo forte a me: per noi, questo giorno, ha il sapore del primo giorno di scuola. La libertà, però, a conoscerla per davvero è una scuola che non prevede addestramenti: ti getta maledettamente allo sbaraglio. E’ perpetuamente materia da “lavori in corso”. Per quasi vent’anni Caino ha avuto un passaporto di ferro-cemento: pensava fosse quella la galera agghiacciante. Nelle ultime settimane, invece, ha iniziato ad avere sospetti: «Inizio a pensare che la mia vera galera inizi adesso. Il carcere, a pensarci, in questi anni mi ha anche tutto sommato protetto». Protetto e riparato dalla domanda che il mondo ha tutto il diritto di scaraventare a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9). Perchè Abele, anche se defunto, nello stato famiglia di Dio rimarrà sempre il fratello di Caino. Sul tavolo dell’azienda, lo attende l’ennesimo faldone d’autografare. Stavolta, però, le firme raccontano di una speranza che rinasce, non di una morte che sopprime: «Non sono mai stato così emozionato – dice a chi gli ha preparato con il cuore la strada -. E’ il mio primo contratto». Quando indossa le scarpe anti-infortunistica marcate Sparco, quasi piange: «Le vedevo indossare dai meccanici della Ferrari, in televisione: le userei per andare in centro alla città da quanto belle sono». Le magliette e la sua tuta, invece, quasi le bacia mentre le indossa: nessuno saprà mai dirti quanto vale la libertà se prima, anche per un solo attimo, non l’avrà dannatamente perduta.
Ad aprirgli le porte di casa – in questa zona splendida del Veneto l’azienda è una figlia a tutti gli effetti – è un uomo cresciuto anche lui controvento e senz’olio: dal nulla ha dato vita ad un miracolo produttivo. Un uomo che, sulla soglia dei cinquant’anni, giura di avere incontrato se stesso specchiandosi negli occhi di questo Caino: «Quando ho sentito la sua storia in carcere, mi sono detto: “Questo potrei essere benissimo io se quella sera non avessi trovato una porta a fermare la mia furia”. Ha pagato e sbagliato anche per me: io sono in debito, pur non conoscendolo». Capita, dalle parti di galera, che Caino diventi uno specchio per i giusti. Dopo averlo sentito narrare di sé, pare impossibile non avvertire l’urto e il dispetto di una domanda: “A te, questa storia, non dice nulla?” L’imprenditore, in Veneto, è una sorta di visionario: dove tutti vedono dei mattoni, lui intravede una cattedrale. Dove per tutti è scontato vedere un assassino, lui intravede un Mozart addormentato: gli tende la mano, gli porge la fiducia, senza scontistica alcuna gli regala un’occasione per risorgere. Nella terra dove il tempo è denaro, batte forte il cuore artigiano: l’amore, anche l’amore – soprattutto l’amore – è un’opera artigianale. Credere nella risurrezione dei morti è fin troppo facile: chi va in chiesa lo ripete ogni domenica, anche distrattamente, nel “Credo”. Chi non va più in chiesa, invece, sovente dimostra di credere nella risurrezione dei vivi – di chi sbagliando è caduto – molto più che in quella dei morti: «Nella mia azienda, c’è posto per lui». Vivi contro morti. Neanche la burocrazia, con il suo potere di avvilire, potrà mai nulla contro il fuoco divorante dell’amore.
Quando prende in mano gli attrezzi da lavoro, sento il cuore battere: quelle mani, anni fa, le ha prestate al Demonio che, geniale, ha partorito un capolavoro di ferocia. Oggi quelle stesse mani vengono riscattate pagando con la moneta della fiducia: «Questo non è soltanto un badge – gli dice il suo datore di lavoro –: è anche la chiave dell’azienda. Fiducia totale». Lui l’accarezza come una reliquia, se l’appende al collo, la bacia: «Fosse vivo Papa Francesco, gli telefonerei per dirgli quello che mi ha detto di persona a dicembre scorso. (Cosa?) Che la tenerezza è un modo inaspettato di fare giustizia. Io non merito tutto questo». Non lo merita affatto ma ne ha urgentemente bisogno. Rischiamo, sapendo di rischiare: l’amore è un rischio. Il Dio cristiano, però, è un tuffatore: se pensasse sempre allo squalo, non metterebbe mai mano a nessuna perla.

Una risposta
Emozionante!!!!!!!!!!!!!!!
Buona strada!