Sono mesi che Marco, un carinissimo ragazzo, sogna come fosse un incubo quella gru gialla accanto alla pieve dove domani sposerà la sua Federica: «Mi avevano promesso che i lavori sarebbero stati finiti, che sarebbe stato tutto in ordine quando siamo andati a prenotarci la chiesa due anni fa. La gru è bruttissima da vedere». Non c’è soltanto la gru: anche le reti metalliche, i sacchi di cemento, detriti, i bidoni dei muratori, il loro container, le corde. Attorno alla pieve – mozzafiato, claustrale – è tutta una sorta di “Lavori in corso”. Quando sono salito con loro per preparare la liturgia del matrimonio, non potevo credere ai miei occhi: la gru si nota appena usciti dall’autostrada del Brennero, quasi fosse la Torre Eiffel. “Seguite la gru e vi troverete direttamente in chiesa” sarebbe l’indicazione stradale più affidabile da fornire agli invitati. Appena giungiamo alla pieve: «Ma quanto bella è questa gru, Marco? Ti giuro: non ho mai trovato una scenografia così magica per un matrimonio» gli dico. Mi guarda ancora più nervoso, frustrato, anche deluso: per Marco, la perfezione è un dogma simile alla Trinità. Quando l’ho conosciuto – da giovanissimo prete in mezzo alla prima nidiata di preadolescenti – Marco sapeva già cosa avrebbe fatto da grande: «Io farò l’avvocato». Adesso è uno degli avvocati ai quali affido i casi in cui alla legge occorre unire la fantasia e la tenerezza. Sono orgogliosissimo di lui: della Federica che si è scelto. Però, c’è un però tra noi due: quella maledetta gru che sminuisce (secondo lui) l’incanto austero dell’antica pieve scelta per il matrimonio. Un’ossessione che da personale è diventata collettiva: «Hanno tolto la gru, vero?» gli scrivono gli amici, dando per scontato che non ci sia più quello sgorbio. Lui, poverino, non sa come dire loro che oltre alla gru troveranno tutto un cantiere ad aspettarli.
Io, invece, non sto nella pelle dalla felicità: che la pieve sia incorniciata in un cantiere edile (roba da PNRR, fondi europei, varie ed eventuali) è l’immagine e l’augurio più bello per questi due ragazzi. Il matrimonio, come il sacerdozio, è perpetuamente un cantiere da “Lavori in corso”: se finissero i lavori, si sarebbe ai titoli di coda di una storia d’amore. Certo, c’è un progetto iniziale che, ad un certo punto, diventa definitivo. Seguirà poi l’esecuzione del progetto, una costruzione ben fatta, una casa finita. Gli impresari edili, però, assicurano che un progetto che non preveda delle modifiche in corso d’opera non è un ottimo progetto. La perfezione, esistesse, non sarebbe mai cagione di gioia bensì d’impotenza: “Sei perfetto/a, non hai bisogno di nulla: mi sento inutile”. Il progetto di Marco e Federica è bellissimo, per loro è il più bello: è la pieve, pulitissima nell’igiene e nell’architettura, il chiostro con l’erba tutta uguale, gli uccellini che cantano a cori alterni, l’aria che spazzola gli ulivi senza spettinarli troppo. Dio, accanto alla pieve, farà trovare loro una gru con tutto un suo disordine di salvezza: a ricordare che, «con la grazia di Dio», la costruzione della loro storia prevederà dei ritocchi, delle manutenzioni, forse di qualche lavandino da cambiare o di un pezzo di muro da ricolorare. Di qualche sbavatura nella fedeltà da perdonarsi: non sarà la fine, se non si vergogneranno di rigiocarsi l’amore. Perchè, da quand’esiste l’amore, un matrimonio (un sacerdozio) è un pezzo d’artigianato. E in amore l’artigianato è d’obbligo: le cose si fanno tutte a mano, la carezza è la prima forma di artigianato del cuore. La gru, più che una ossessione, è un augurio pirotecnico: “Buon lavoro” dirà Dio a Marco e Federica, sotto le mentite spoglie di un cantiere. Perchè non li distragga più di tanto il mondo con la sua cianfrusaglia di amori patinati costruiti e narrati per confondere l’amore col volersi bene. Il farsi compagnia.
Roma, nell’agosto del 2000, scoppiò in lacrime quando un vecchio Papa, poi santo, scagliò nel silenzio di quella notte parole come dardi infuocati: «Forse a voi (giovani) non verrà chiesto il sangue ma la fedeltà a Cristo sicuramente! Penso alle giovani coppie, alle prove a cui è esposto il loro impegno reciproco di fedeltà. E’ difficile credere in un mondo così, non è il caso di nasconderlo. Ma con l’aiuto della grazia è possibile». Attorno alla pieve, per grazia di Dio, domani ci sarà anche una gru gialla, un cantiere con il suo bailamme. Fosse per Dio Marco sarebbe il cantiere e Federica la Salerno-Reggio Calabria: una sorta di amore infinito, mai completato, sempre in corso. Con la grazia di Dio, ovviamente, a fornire loro il pane quotidiano.



2 risposte
Concordo col cantiere ma anche con la manutenzione dopo la fine dei lavori. Per questo consiglierei un piano mensile di manutenzione per un incontro con l’architetto delle loro amore per una verifica sul progetto!😊❤️
Buona Vita a Marco e Federica!il loro progetto di Vita insieme, “vidimato” da un Direttore lavori come Don Marco, mattone dopo mattone, sarà una scoperta ogni giorno! La “gru” gialla sia un supporto, nei momenti incerti, in cui serva loro “un aiuto”!
Buona Vita