Per anni ha cercato d’importunarmi di richieste. Quasi che esistere fosse, per lui, voce del verbo insistere: «Quando ci troviamo: dai, devo raccontarti una cosa». Faccia buffa, accento bizzarro, gli accenni della storia sono sghiribizzi di pittore in erba. Quindici anni in galera, a volerli decifrare, mi avrebbero lasciato in dote un’evidenza: il Dio cristiano è un Dio danzante, amante dell’azzardo, che corre in pista accanto a noi invece che starsene seduto in tribuna. In allegato, la continuazione: toccare il corpo di Cristo, senza guanti o permessi, è un lusso che Cristo concede a peccatori e feriti. Una volta toccato, poi, come lumaca che lascia la bava lascerà anche Lui traccia del passaggio: lo splendore inaspettato di una felicità che si pensava scomparsa. Il soggetto in questione è un classico “soggetto da galera”: ha abitato i bassifondi del crimine, maneggiato sostanze e decuplicato fatturati, perduto in mille e più scellerataggini. Ha subito le peggiori empietà: «Ti risparmio quello che mi hanno fatto negli orfanatrofi». Sulla pelle, ciliegina della torta, ha tatuato il volto del più squallido dei millantatori: l’effige di Satana del quale, per anni, ha scelto d’essere seguace e devoto. Satana, ben si sa, odia tremendamente Cristo: il suo Corpo – l’Ostia consacrata – è ciò che di più asfissiante il demonio conosca, cerchi accanitamente per profanare nelle sue squallide liturgie. Di tutto questo ne ha memoria indelebile il ragazzo: «Sai quante volte sono entrato nelle chiese, scassinato i tabernacoli, rubato l’Ostia perchè fosse poi profanata?» mi racconta, senza per nulla celare una vergogna consapevole. Il mondo, di lui, dirà ch’è eretico, blasfemo, doppiamente malefico. Ci sta, ci sta anche l’opposto: che nell’avventura con Cristo nulla sia perduto per sempre ma tutto resti possibile.

L’impossibile degli uomini è il possibile di Dio.

Lo (re)icontro, dopo qualche incontro nel quale m’ha svuotato la sua storia: «Adesso ti spiego il perchè della mia insistenza: vorrei diventare cristiano» dice con una naturalezza che, ai miei occhi, sembra la normale prosecuzione di una strada percorsa, finora, in direzione opposta. Mentre pronuncia questa frase – «Vorrei diventare cristiano» – ripenso al vecchio ladro di Ostie consacrate: colui che profanava il Corpo di Cristo, non è più capace di reggere il suo fascino. Sta per cedere al suo intrigo. Lo guardo fisso negli occhi, mi ubriaco della magia di parole così dense d’imprevisto, avverto che nella medesima storia il pericolo più spaventoso e la salvezza più inaspettata convivono assieme. «Manco so chi sia mia madre: il popolo dei bassifondi è casa mia, il crimine mi ha allevato. Ma qui, qui in galera, per la prima volta avverto una sensazione stranissima». Penso, la immagino, tento d’anticiparla. Mi sorpassa: «Solo qui, per la prima volta in vita, mi sono sentito amato per come sono. Nessuno mi sta giudicando: mi trattano come un figlio». E mi cita una litania di nomi propri, maschili e femminili, che gli hanno riacceso il gusto della vita. Il gesto del trafugare Ostie consacrate, però, è più forte di tutto, una turbolenza che vibra: quando esco dalla sua cella, cerco disperatamente la strada della cappellina del carcere. Ho bisogno di restarmene seduto un po’, davanti al Tabernacolo, per recuperare e calibrare le forze.

Lo apro, lascio che il Santissimo mi guardi: “Hai capito l’inizio della storia mia con questo ragazzo? – sembra dirmi -. Purchè mi toccasse, pur di avere a che fare con lui, ho accettato che mi profanasse, deridendomi al soldo del mio Avversario. Intanto, però, sono entrato in contatto con lui: piano-piano, ho preso mano, gli ho ricalcolato il percorso per tornare da me”. Il giorno che, in segreto, l’accogliamo tra i simpatizzanti nel cammino del catecumenato, avverto soltanto un’esigenza: diventare inutile il prima possibile, per non fare ombra all’incontro tra loro due. In carcere la Chiesa s’accontenta d’aprire le porte all’intimità: siamo il popolo della semplice presenza.

Una storia che vale (la pena) di tutto il 2025.

Una risposta

  1. Non mi succede mai…ma quando leggo le riflessioni di Don Marco mi sembra di sentire la sua voce che me le legge…è disarmante….è tutto così vero..le sue storie appassionano ..cioè creano passione in chi legge…Semplicemente grazie..per questo e gli altri SPunti vista di quest’anno!!

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