Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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In materia di fede sopravvivo per informazioni-seconde. Più che fede, è un bandolo di matassa, un’anticaglia ruggine, un accumulo di risposte-senza-chiamata: Iddio mi risponde, io manco lo chiamo. Son fortunato, sono agguantato da qualunque parte mi volti. Le uniche informazioni-certe su Dio mi sono giunte per diritto di sangue. Sono residui di stagioni che ho ereditato dal nonno che potava le viti, dalla nonna che intonava il Rosario nel filò, dalla mamma che ancor oggi cura le rose in giardino, da papà che zappa la terra per far crescere gli ortaggi. Manco ricordo il giorno in cui, per la prima volta, ho sentito nominare Dio in maniera non-invana: se c’è stata – e c’è stata – di certo non è stato a casa. Per bocca dei miei.

Però li ho visti potare le viti fischiettando, fare il bucato come fosse una festa, curar le rose con la stessa delicatezza con cui ci si allaccia un monile, zappar la terra con una passione quasi liturgica: erano i re del mondo. Sono andato a catechismo nell’orto, con una divagazione nel giardino: nel mentre li guardavo all’opera, dicevo loro “Continuate a parlarmi di Dio senza parlarmene”. Non era semplice afflato agreste: sospettavo un modo diverso di stare al mondo. Più umano, meno truccato: onesto. Ancor oggi m’appassiona misurare la fede così: «Non è da come un uomo ti parla di Dio ma da come ti parla delle cose del mondo che tu puoi sapere se ha dimorato nell’amore di Dio» (S. Weil). Son percorsi da brividi: la quantità non fa la qualità.

Una volta è sufficiente: a portarmi a spasso sono mani sicure.

Al mio paese, nella festa di san Martino – al tempo in cui i miei nonni erano mezzadri – i padroni regalavano un gallo: per ricordare loro la sveglia mattutina, per sgobbare e rispettare la puntualità nei pagamenti. La sveglia, a casa mia, è il canto del gallo: mi butta giù dal letto all’alba, mi ricorda di destarmi perchè non vadano perduti gli ultimi residui del mio sudato credere. Prima che il gallo canti ancora: «Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perchè possiedo anche il potere di negarlo» (E. Schmitt).

Vivo di fede inginocchiata, «aspettando che un angelo mi sfiori».

La mia stagione preferita è l’autunno: «L’inverno è nella mia testa, ma un’eterna primavera è nel mio cuore» (V. Hugo). La mia festa liturgia preferita è la transumanza, il mio santo è Matteo.

Faccio transumanza ogni giorno, sull’altare: dall’effimero all’eterno, andata e ritorno. Salgo in cielo: lo vedo. Scendo negli inferi: eccolo.

Un pane-spezzato è l’ultimo avamposto in cui s’è barricato Dio.

Per tendere agguati ai miei dormi-veglia.

A tutt’oggi gli agguati sono in numero pari a iradiddio.

La differenza tra la croce e il Crocifisso è Cristo.

«Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose d’amore» (A. Merini)

(da M. Pozza, L’iradiddio, San Paolo, 2017)

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