Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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“Si prega cortesemente di attendere” – difficile trovare frase capace di innescare un accesso di ansia maggiore di questa.
Tempi tecnici, li chiamano. Le attese necessarie, dovute a tempi non accorciabili.

Nove mesi per un bambino. Una notte per un nuovo bocciolo sul ramo.
In questi casi, però, la difficile attesa si stempera in un pianto gioioso, perché l’evento è lieto.
Un figlio che nasce, ad arricchire la terra, che sorride alla mamma e al papà. Un nuovo fiore, a rinverdire il ramo, fino a quel momento inaridito e rassegnato alla tristezza.

Che accade, però, quando, invece, dopo otto mesi, non senti più il cuoricino e sai che diventerai madre di un bimbo morto? “Nato morto” l’ossimoro che si usa in questi casi. Come si può essere morti, prima ancora di nascere? È un non-senso. Poco importano le parole. La realtà è che rimane un dolore immenso perché quei mesi d’impaziente, non hanno portato il frutto atteso. Senz’altro, chi crede, accoglie questa sorte, confidando nello sguardo di Dio: questo, però – è inevitabile – ,non elimina la delusione negli occhi e nel cuore.

I tempi più difficili per l’attesa sono quelli in cui aspetti un referto medico. Sai che potrebbe essere una notizia negativa (è – comunque sia – una delle eventualità da prendere in considerazione) e il cuore oscilla tra il desiderio – quanto meno – di conoscere quale sia il problema e quello – legittimo e difensivo – di rimanere nell’ignoranza, a cullare l’illusione che non ci sia nulla e sia solo autosuggestione, che, come in un sogno, presto ti sveglierai e tutto sarà come prima. Come quel prima, che, magari, non avevi apprezzato e ti sembrava “mediocre”.

Siamo come refrattari all’attesa, in particolar modo se ci riguarda direttamente. Per quel che riguarda gli altri, invece, riusciamo a coglierne il disagio solo con uno sforzo d’empatia, il cui risultato non è affatto scontato.

Eppure, è proprio nell’attesa che (ri)scopriamo la preziosità del tempo che ci è regalato e la gratuità di questo dono, che ciascuno di noi ha ricevuto, in modo unico e singolare, incomparabile con quello di nessun altro.
È nell’attesa che riassaporiamo quelle emozione che pensavamo sopite, che impariamo a scoprire nuove parti di noi – fino a quel momento – nascoste.
Perché è solo nella prospettiva di un dono immeritato e generoso che possiamo vivere quella gratuità che rende più bella la vita, anche quando essa ci chiede di fare un po’ di fatica, nel suo cammino.


Fonte immagine: Pexels

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