Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Il genere letterario fantasy, spesso svalutato dal malinteso che si tratti di una letteratura “di scarto”, buona solo per sognatori e ragazzi, ha offerto e può offrire in realtà, importanti e profondi spunti di riflessioni. Rappresenta, in un certo senso, l’unione del maschile e del femminile, racchiudendo le tematiche tipiche dell’epica (le battaglie, la cavalleria) ma anche quelle della fiaba (i sentimenti e, su tutti, il desiderio di essere amati: “e vissero tutti felici e contenti”).
Il primo romanzo epico, si conclude con lo stupro di una donna (Andromaca) e l’uccisione di un bambino. Nella rielaborazione cinematografica, non casualmente, il finale è stato cambiato, perché vedere dei guerrieri vincitori che compiono queste nefandezze è contro la nostra mentalità. Ma, allora, era la norma, come, del resto, è ahimè, comune in tutte le guerre.
I successivi poemi epici europei però sono di tutt’altro genere (la Chanson de Roland, le avventure dei cavalieri di Re Artù, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata): i cavalieri vincenti non approfittavano della loro forza per fare scorrerie. Ciò naturalmente faceva parte della finzione letteraria, nel senso che – a livello storico – purtroppo, ciò successe in quasi tutte le battaglie. Ma, quando era l’autore a controllare gli istinti dei propri personaggi, ai suoi protagonisti cercava di instillare le virtù migliori, condite da qualche difetto naturalmente, ma in modo tale che potessero anche essere un buon esempio da ricordare e non qualcuno da temere.
Cosa successe nel frattempo? Perché avvenne questo cambiamento?  Ci furono una Donna con un Bambino, ebrei, che cambiarono la storia del mondo ed anche la concezione del ruolo della donna e del bambino.
Nella fiaba, trova voce chi non ha voce: tramite queste storie, è possibile riportare a galla, rielaborandoli, i delitti e la parte più oscura di noi, fino ad arrivare al dramma repellente dell’incesto. Spesso, si parla di temi che vorremmo addirittura rimuovere non solo dalla nostra vita e vista, ma perfino dai nostri pensieri, perché il solo pensare che qualcuno possa compiere atrocità di questo tipo, specie su innocenti fanciulli, inquieta la nostra anima e turba i nostri sonni.
Non si tratta solo di abusi (pensiamo alla storia di Pelle d’asino, che narra di una regina che fa promettere al marito che si risposerà solo con una più bella di lei, ed il re altri non trova che risponda a questa caratteristica se non la figlia). Anche sentirsi trascurati (come i Bimbi Sperduti, che, nel racconto di Peter Pan, sono i bimbi malati che, in ospedale, soffrono anche per l’allontanamento dalla famiglia e ritrovano la gioia quando l’Angelo della morte li porta all’Isola che non C’è). Questa era un’esperienza che l’autore, J. M. Barrie, aveva vissuto indirettamente, attraverso l’esperienza del fratello, a seguito della morte del quale la madre non era riuscita a trovare pace. Del resto, agli occhi di un bambino, dover rimanere da solo in ospedale, significava sperimentare la permanenza  in un ambiente ostile e spaventoso, in cui l’unica speranza era alimentata dalla visita dei genitori, del cui amore si finiva per dubitare, a causa del troppo tempo trascorso in loro assenza.
«Che i ragazzi non solo siano amati, ma si sentano amati» sottolineava don Bosco, a ribadire che non solo non basta garantire il sostentamento ai fanciulli:  non basta neppure l’amore, se ciò che domina è la sensazione di essere trascurati.
Questa sensazione può essere anche solo temporanea, ma è evidente che la percezione soggettiva del bambino, porta ad avere paura della mamma e del papà, quando si arrabbiano, mutano i loro lineamenti e fanno sgorgare il sospetto di essere respinti da chi li ha messi al mondo, per una marachella compiuta. Probabilmente, è dal ricordo d’infanzia di questa percezione che nacquero le prime storie sulle streghe e sui mostri: è innegabile, del resto, che, a seguito dell’ira, i lineamenti alterati peggiorano l’aspetto del genitore e, se sovrastati dalla loro figura, il bambino tenderà a sentirsene annichilito.

Con gli anni, l’avvento dell’Illuminismo allontana dalla consolazione  della fede e la sofferenza innocente rischia di rimanere senza senso. Troviamo rappresentati, ad esempio, la dissociazione e la follia, in un best seller come Alice nel paese delle meraviglie: il bambino, separato dai genitori e sottoposto  a dolore e vergogna, attua il processo psicologico della dissociazione (alienazione dalla situazione che sta vivendo, quale misura di autoprotezione messa in campo dal cervello umano). Non si contano, del resto le simbologie di morte (Alice va sotto terra, la Regina minaccia ossessivamente di tagliarle la testa).
Il fantasy spesso è una palese trasfigurazione della realtà: le case Hobbit  di Tolkien sono scavate nel terreno, come le trincee della Prima Guerra Mondiale, la desolazione di Smaug ne è rappresentazione e il drago è figura degli aerei, comparsi per la prima volta nella Prima Guerra Mondiale, che sputavano fuoco; con il Signore degli Anelli, compaiono gli Orchi, rappresentazione della disumanità della Seconda Guerra Mondiale.
Harry Potter, di più recente pubblicazione, riprende poi la tradizione delle grandi favole, scegliendo come protagonista un orfano, che comprende solo a poco a poco, crescendo, il proprio valore. 
Il messaggio di questo romanzo, al di là della magia (utilizzata come strumento narrativo che sostituisce approssimativamente la nostra tecnologia), è che l’Amore è più forte della morte. Sacrificarsi per amore è la vera “magia”: come la madre salva Harry, così Harry può salvare gli altri, nella disponibilità a dare la propria vita, pur potendo liberamente sottrarvisi.

«È un bisogno antico quello di farsi raccontare storie. Ma la storia necessita di un grande narratore». (A. Rickman)

Questa è la forza di un libro, in particolare di quelle storie che riescono,  in modo catartico, a farci “attraversare” anche i sentimenti negativi, che sono anch’essi aspetti da cui la vita è composta e che non sempre è nelle nostre possibilità di cambiare.
Tuffarsi nella fantasia è a volte necessario, per poi riprendere il contatto con la realtà, senza però esserne schiacciati.

Viviamo in un’epoca in cui siamo fragilizzati. Ogni avversità pare insormontabile, ogni controversia sembra un affronto personale. Non è che forse ciò che abbiamo perso sono gli strumenti per affrontare le avversità, a partire dalla fantasia e dalla possibilità di 2perderci” in una storia, senza avere immagini ed effetti speciali prestabiliti da altri?
Non smettiamo di raccontare storie, ai nostri ragazzi (così come è bene che non smettiamo neppure di raccontarle a noi stessi!): proponiamogliele, senza mai imporci, con entusiasmo e convinzione, fin da quando sono piccoli. Affinché, anche una volta diventati adolescenti e giovani continueranno a lasciarsi affascinare dalla bellezza della narrazione.


Nota: la presente riflessione si basa sull’intervento teatrale di Silvana De Mari, medico e scrittrice fantasy:

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Video 2 {youtube}73fawWIycaM{/youtube}

Video 3 {youtube}-tIbHLlpjdw{/youtube}


 Altre fonti, per approfondire:

Sindrome di Alice nel paese delle meraviglie

Se Peter Pan non fosse l’eterno adolescente, ma l’angelo della morte


Fonte Immagine: YouTube 

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