Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
parole

Come essere al mercato del paese. O, per essere più precisi, al mercato delle bestie: si esagera sul peso degli animali, si raddoppiano le mammelle delle bestie, si contratta sul prezzo pattuito inizialmente, si sbraita a dismisura nell’intento d’accaparrarsi per primi i clienti che passeggiano lungo le bancarelle. Il mercato delle vacche non è la transumanza: quest’ultima è una liturgia solenne, vereconda, sublime. E’ la celebrazione di un rito, la rievocazione di un’arte, la narrazione di un connubio odoroso di tradizioni e di storia: il mercato, invece, è caos e baraonda, arrabattare e ingigantire, mentire e sbugiardarsi. Tutti sicuri di ciò che vanno dicendo, tutti decisi nel dire “questo non va, noi lo cambiamo”, tutti sospettosi nei confronti dei venditori accanto. Tutti sicuri delle loro bestie, così sicuri d’aver deciso di venderle ad altri.
Per natura la politica (anche quella ecclesiastica) è più transumanza che mercato, più pensiero che contrattazione: assomiglia di più al pastore che fiuta i pascoli migliori che al venditore del mercato. Più meditazione che caos. Eppure in questi giorni è come essere al mercato delle bestie: si convincono che chi la spara più grossa vincerà. E allora la essa diventa una latrina di fesserie, quasi una forma subdola d’offesa all’intelligenza delle persone che, attonite e sbigottite, guardano come anestetizzate a questa baraonda caotica e cianotica di uomini e donne che invadono le televisioni, i giornali, gli spazi web e gli ultimi attrezzi di un’informazione ormai ridotta al listino prezzi di un mercato vero e proprio. Con un’aggiunta imbarazzante che ai più sfugge, intontiti come sono dalle smancerie di ambo le parti: dicono tutti le stesse cose, promettono tutti le medesime riforme, assicurano tutti uguali cambiamenti. Bussano tutti alle porte di quelle persone delle quali poi puntualmente si scorderanno negli anni della loro legislatura: alle porte dei giovani e dei precari, dei disoccupati e degli anziani, delle casalinghe e dei disperati. Promettono bonus e dentiere, parchi giochi e campi da tennis, marciapiedi e panchine per la lettura. Esattamente come ai tempi di Nerone, quando il potere rendeva appetibili proprio quei prodotti che poi lui pubblicizzava sotto gli occhi ingenui d’allora. Di oggi.
Siamo alla banalizzazione delle parole: non dicono più nulla, non trasmettono più l’emozione di una sorpresa, non consolano più il cuore di chi le ascolta. Non sono più credibili perché incredibili (cioè non credibili) sono coloro che le pronunciano. Certo che si va a votare: per questa possibilità d’altissima dignità hanno perduto la vita i nostri padri, hanno sudato le generazioni passate, stanno ancora lacrimando certe pagine di storia. Ma questa non è politica, questo è giocare con la vita della gente: con la vita della gente che nessuno più tutela, che viene derisa e irrisa dai venditori che s’aggrappano alle metafore e alle iperboli per cercare di strappare quell’ultimo posto di comodità e sudarsi meno la vita di tutti i giorni. Mi potrete dire: “pasticcere, fai il tuo mestiere”, come invito a guardare dentro la Chiesa cui appartengo. E ci guardo, senza pudore: per scoprire l’umiltà di un Papa che si è fatto da parte senza sentirsi immortale, di un altro che avanza scevro di promesse e ardito nelle gesta, di una Chiesa che sta riacquistando fiducia in se stessa perché poi tale fiducia si possa tradurre in credibilità per il mondo. Di una Chiesa che ha scoperto la cosa più accattivante e rischiosa: d’essere bella e attraente non nel momento della perfezione e dell’esagerazione ma quando si mostra capace di un’eterna trasformazione. Che non è frutto di un semplice maquillage ma di un allenarsi quotidiano alla Verità: «Io penso che i politici passino troppo poco tempo in ginocchio» (Teresa di Calcutta). Teresa: mica donna Prassede.

(da L’Altopiano, 25 maggio 2014)


* Segnalo un’intervista per il Giornale di Vicenza: “Don Spritz si confessa. Perchè vado a votare”. Potrebbe essere motivo di discussione aperta e civile: mettiamo fuori la freccia e azzardiamo un sorpasso!

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