Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

candele accese

“La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima,
c’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!”
(Henry Scott Holland, 1910)

Che spirito ribelle, quest’essere umano che non si arrende mai, nemmeno davanti all’evidenza ineluttabile!
“La morte non è niente”?
No, la morte è tutto.
Cambia le carte in tavola, frantuma sogni e progetti, lacera gli animi di quelli che restano. Il suo arrivo spalanca le porte a quella nostalgia che stritola e toglie il fiato, che riga il volto di lacrime. L’assenza si fa vuoto vivido e tangibile. Quello che non c’è è in grado di ferire più di innumerevoli altre presenze.
Eppure guai a pronunciare la parola “resa”. Guai a soccombere allo sconforto che immobilizza, guai a concedere la palma della vittoria a quella morte che strappa e ferisce. Da tempo immemore, fin dagli albori della civiltà, gli esseri umani di ogni parte del mondo si sono rifiutati di lasciarle l’ultima e definitiva parola.
“Tutto resta esattamente com’era”?
Per niente. Nulla è più come prima. Mani che non toccheremo più, voci che non potremo più ascoltare, frasi non dette che rimangono sospese a mezz’aria, date prima per scontate e poi intente a reclamare la loro importanza.
Tutto conta, e tutto cambia.
Tutto entra in gioco, ed ecco che allora l’uomo mette in gioco tutto se stesso. Risponde al segreto della morte “cercandolo nel cuore della vita” (K. Gibran, Il Profeta). Dai primi homo sapiens ai nostri contemporanei, dalle città odierne traboccanti di rumori e colori, agli antichi altopiani densi di silenzio e di grotte in cui lasciare un segno della propria presenza.
La vita rivendica il primo posto, ancorandosi alla memoria delle persone che continuano il loro cammino.
“C’è una continuità che non si spezza.”
Eccolo, il rimedio più vero e prezioso.
Il ricordo. Non un’azione intellettiva, bensì quel nobile sentire che riporta-al-cuore ciò che è stato e lo fa diventare parte di noi. Chi non è più presente alla nostra vista può ancora vivere nei nostri gesti e pensieri, può esprimersi attraverso le nostre azioni, si intreccia alle nostre emozioni. Come una perla preziosa, si sedimenta nella parte più profonda di ciò che siamo, cullato dalle onde di un amore che non si placa nemmeno dopo una lunga vita.
È il ricordo di chi si è amato che spesso ha plasmato il cammino dell’essere umano, dagli albori della sua esistenza fino ad oggi. Come il vento che gonfia le vele, la freccia sull’arco pronta per essere scoccata, la molla che spinge verso il domani. L’amicizia, l’amore, l’affetto rivolti al mondo di coloro che sono già passati dall’altra parte non sono mai stati visti come qualcosa di sprecato, bensì considerati un sentimento che non si spezza ed anzi si rafforza, un ponte sull’eternità che chiede solo d’essere vissuto ed attraversato, passo dopo passo.
I Santi e i Defunti, che ci apprestiamo a celebrare e ricordare, sono dunque il nostro inno alla vita. Sono legami che si tendono dal cielo alla terra, simili a corde vibranti pronte a suonare la melodia che narra di un Amore che, per amore, ha sconfitto la morte. (1 Cor 15,20-26)

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista. Filosofa per passione, biblista per spirito d’avventura, insegnante per vocazione e professione. Giunta alla fine del liceo classico gli studi universitari le si pongono davanti con un bel dilemma: scegliere filosofia o teologia? La valutazione è ardua, s’incammina lungo la via degli studi filosofici ma la passione per la teologia e la Sacra Scrittura continua ad ardere nel petto e non vuole sopirsi per niente al mondo. Così, fatto trenta, facciamo trentuno! e per il Magistero in Scienze Religiose sfida le nebbie padane delle lezioni serali: nulla pesa, quel sentiero le sembra il paese dei balocchi e la realizzazione di un sogno nel cassetto. Il traguardo, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, perché nel frattempo la città eterna ha levato il suo richiamo, simile a quello delle sirene di omerica memoria. Che fare, seguire l’esempio di Ulisse e navigare in sicurezza o mollare gli ormeggi e veleggiare verso un futuro incerto? L’invito del Maestro a prendere il largo è troppo forte e troppo bello per essere inascoltato, così fa fagotto e parte allo sbaraglio, una scommessa che poteva sembrare già persa in partenza. Nei primi mesi di permanenza nella capitale il Pontificio Istituto Biblico sembra occhieggiarla burbero, severo nei suoi ritmi di studio pazzo e disperatissimo. Ci sono stati scogli improvvisi, tempeste ciclopiche, tentazioni di cambiare rotta per ritornare alla sicurezza del suolo natio. Ma la bilancia della vita le ha riservato sull’altro piatto, quello più pesante, una strada costruita passo dopo passo ed un lavoro come insegnante di religione nella diocesi di Roma. L’approdo, più che un porto sicuro, le piace interpretarlo come un nuovo trampolino di lancio, perché ama pensare che è sempre tempo per imparare cose nuove.

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