Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

A MULHER ADULTERA

Si rimane, alla fine di un’avventura, sempre e solo in due: io e l’altro. Dove l’altro, a volte, è un collettivo: un esercito, un sistema, un ammasso. A volte un singolare: l’avversario, l’ultimo col quale contendersi la vittoria, lo scoglio finale. Anche Dio, per chi sa calcolarlo tra le probabilità, potrà essere l’altro. Con lui si rimane sempre e solo in due: «Relicti sunt duo: misera et misericordia» scrisse Agostino d’Ippona nel suo Commento al Vangelo di Giovanni. La misericordia e la misera: due sono rimasti anche i principi ereditati dall’Anno della Misericordia, quello che il Papa ha chiuso col sigillo di una Lettera Apostolica. Ancora miseria e misericordia, l’eterno dibattersi della salvezza: che neppure per un istante il vizio possa pensare di resistere al braccio levato della Grazia, quella che ama prevenire ancor più che soccorrere. D’altronde – per i dubbiosi rimasti per strada – il papa ricorda che «termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta del nostro cuore rimane sempre spalancata». Insomma, tra l’ultimo respiro e il benvenuto all’inferno c’è sempre il buon cuore di Dio.
Non un qualcosa di guadagnato, bensì un promemoria: a che cosa è valso, infatti, tutto questo discorrere di grazia-disgrazia se non a ricordare al popolo smemorato il nome di Dio, perchè lo invochi con affetto? Dio si chiama misericordia: ha molto amato la misera, ha amato sino-alla-fine – che è sempre il culmine massimo – la Misericordia. Fino all’agguato più spietato, quello che ancor oggi si compie nel segreto del confessionale, tramite le mani di uomini peccatori, ma ministri di clemenza: «Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio». Nessuno, dunque, potrà divenire generale di misericordia, se prima non avrà prestato servizio nei ranghi di coloro che sono certi d’essere peccatori: nessuno avrà il diritto di controllare la Grazia se prima non avrà imparato ad obbedirle. E’ il mistero del Natale: nella grotta del Dio-Bambino sarà possibile entrarci solo curvandosi. Perchè, ghermiti dalla misericordia, è l’intera nostra storia a rimettersi in gioco. Di ciò che è stato il passato, Dio «ha gettato in fondo al mare i nostri peccati» (cfr Mi 7,19); del domani la Grazia invita «a guardare il futuro con speranza»; per ciò che è del nostro presente, «le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata». Dopo aver fatto esperienza della misericordia, non esiste più il tempo passato, il presente, il tempo futuro: rimane solo il presente. Il presente del proprio passato, che è la certezza d’essere peccatori; il presente del proprio presente, che è la coscienza d’essere stati amati quando meno lo meritavamo; il presente del proprio futuro, «nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia». Una sorta d’invasione dal basso: nella grotta Dio occupava una mangiatoia, riempiva di sé il mondo.
Tutti perdonati, dunque? A leggere il quotidiano Repubblica sembra di sì: «Assolvete medici e donne che abortiscono» sintetizza nel suo titolo. Un verbo alla forma imperativa, soggetto sottinteso il Papa. Che, stranamente, ha aperto tutt’altra faccenda: «La facoltà di assolvere quanti hanno procurato il peccato d’aborto». La facoltà non è obbligo, il poter fare non è l’essere costretti a fare: «Potrà essere perdonato (…) quando trova un cuore pentito». Soggetto dell’azione sono i penitenti, coloro che, in ginocchio, diranno a Dio: “Ho peccato contro il cielo, contro di te: trattami da apprendista”. A cambiare non è il giudizio sul male, ma la procedura verso chi, dopo aver sbagliato, se ne pentirà. Non tutti, dunque, avranno l’obbligo di sapersi perdonati: solo coloro che vorranno essere salvati. Dio, infatti, mica venne ad abolire il potere – la libertà, ch’è il potere superlativo -: venne per insegnare come farne buon uso. Le altre letture sono che il vociferare di Satana, il mentitore, quello che vorrebbe che Cristo (e i suoi successori) trasformassero il Vangelo in un inno nazionale, il pulpito di una chiesa in tribuna da stadio.
La misericordia, nel frattempo, avanza dritta: una tigre non perde mai il sonno per l’opinione di una pecora. La densità di anime a rischio-solitudine non concede tregua al cuore di Dio. Quello di Veronica torni ad essere un mestiere ad alto valore sociale, una sorta di artigianato della carità, capace addirittura di farsi cultura: «Asciugare le lacrime è un’azione concreta che spezza il cerchio di solitudine in cui spesso veniamo rinchiusi». Punto e a capo. Siamo al punto di partenza, all’evidenza che si è rimasti ancora in due: Misericordia e misera. Chi alla fine crederà, sarà perchè vinto dal peso indomabile dell’evidenza. La stessa che, nell’attesa della risurrezione dei morti, invita a credere nella risurrezione dei viventi. Di chi ha sbagliato e chiede ancora perdono.
La Misericordia, a scanso di equivoci, nel frattempo rinnova l’invito: “Avete sbagliato voi? Pagherò io!”. Più la maltrattano, più splendida diventa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione. Cliccando su accetta si autorizzano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su rifiuta o la X si rifiutano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su personalizza è possibile selezionare quali cookie di profilazione attivare.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy