Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Spesso e volentieri, sonnecchio pure io. È inevitabile. O, più semplicemente, è un meccanismo inconscio di autodifesa: non si può vivere in stato di allerta perenne. Ci saranno sempre momenti in cui abbassiamo la guardia, ci convinciamo che tutto sia a posto e fili liscio, che abbiamo ancora parecchio tempo davanti. Momenti in cui siamo distratti da altro, da mille cose da fare, dire, pensare, fino a che la stanchezza non ci coglie all’improvviso. Non è un male, quell’assopirsi, fa parte del pacchetto completo della nostra umanità, così imperfetta, ma anche così bella.
La lampada c’è. Non bellissima. Anzi, proprio per niente. Non al mio sguardo ipercritico almeno. Se la osservo con attenzione, ha molte imperfezioni qua e là e confrontarla con quelle di chi mi sta accanto non aiuta a regalarmi un po’ di autostima. Però è tutta mia. L’ho lavorata io, impegnandomi al massimo. Cesellata giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. Passo dopo passo. Ci sono le mie impronte impresse sulla terracotta, insieme a qualche crepa riparata nel migliore dei modi: è la storia della mia vita. Forse sarà guardata con indulgenza? Magari come fa un genitore, davanti ad un imprecisato incrocio di linee multicolori, il primo disegno di un figlio?
Infine c’è l’olio. Che sia quello buono? Che basti per fare abbastanza luce? Che lo abbia conservato a dovere? O magari, per distrazione o pigrizia, l’ho contaminato con altro, rendendolo inutilizzabile?
Domande, domande, ed ancora domande. Tanti punti interrogativi, poche certezze. Meglio così, mi dico: l’assoluta sicurezza spesso è un tranello che ti spinge a tirare i remi in barca, mentre intanto non ti fa notare tutta la strada che ancora c’è da percorrere, quel lavoro di cesello che puoi migliorare.
In parole povere: potrebbe andare meglio. Guardo di sottecchi le vergini sagge ed invidio parecchio la loro prontezza immediata, senza nemmeno una sbavatura. Sanno tirare fuori la luce in pochi attimi, simili ad un astro solo momentaneamente assopito, che torna a splendere in un batter di ciglia. Che siano un esempio a cui tendere, per poter andare incontro allo sposo ed al suo imprevedibile arrivo, è cosa quasi ovvia.
Ma non per tutti è così. Perché, oltre alle vergini sagge e a quelle stolte della parabola, nella vita reale ce ne sono anche altre. Forse anche tu che stai leggendo proprio ora.
Dove sono la tua lampada ed il tuo olio? Andati.
È arrivato un uragano di sofferenza, ha travolto ogni dove, senza nemmeno darti il tempo di destarti completamente. S’è abbattuto su di te con ferocia ed ha mandato in frantumi tutto quello che hai racimolato e costruito con tanta fatica: lampada, olio, stoppino, fiducia, affetti, salute, autostima… Ti ha lasciato a mani vuote, abbandonato in una solitudine colma di passanti eternamente frettolosi. Non ti è rimasto più nulla per accogliere lo sposo che deve arrivare, nemmeno il vestito della festa. Hai solo la tua nudità, di cui non sai che fartene, poiché non solo non è adatta ad una festa di nozze, ma non è sufficiente nemmeno alla vita quotidiana. È mezzanotte, ma è quella dell’anima: sembra che non ci sia rimasta nessuna luce a rischiarare i dintorni, nessuna porta a cui bussare, nessuno da cui implorare aiuto per provare a rimettere insieme i cocci di un’esistenza sparsi ovunque o racimolare qualche goccia d’olio. Sembra la vittoria della disperazione su ogni sussulto di speranza.
Può succedere. A chiunque. Non per meriti o demeriti particolari, non per punizione o distrazione divina.
Le vergini sagge si affrettano. Hanno tutto pronto, sono pronte, è giusto che nulla le fermi. Quelle stolte se ne vanno, proprio nel momento più importante. Il loro errore non è tanto la mancanza d’olio di scorta, quanto l’andare a cercarlo abbandonando lo sposo, volgere la ricerca altrove mentre il festeggiato voleva la loro presenza. E tu, senza nient’altro che le tue mani vuote, non seguire queste ultime. Rimani lì, come Adamo ed Eva non seppero fare nell’udire i passi del loro Creatore. Resta lì, perché la tua sola presenza, anche se calpestata, umiliata, stropicciata… svuotata, è preziosa come un tesoro.
Rimani lì. Nessun lumicino è troppo piccolo, perché non ti possa riscaldare almeno un po’, nessun vestito di festa è troppo corto perché un lembo non possa scendere a coprirti.
Non posso correre incontro allo sposo al posto tuo, ma posso tenerti compagnia mentre lo aspettiamo.
Non posso amare al posto tuo.
Ma posso amare te.

 

Credits immagine: pixabay.

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista. Filosofa per passione, biblista per spirito d’avventura, insegnante per vocazione e professione. Giunta alla fine del liceo classico gli studi universitari le si pongono davanti con un bel dilemma: scegliere filosofia o teologia? La valutazione è ardua, s’incammina lungo la via degli studi filosofici ma la passione per la teologia e la Sacra Scrittura continua ad ardere nel petto e non vuole sopirsi per niente al mondo. Così, fatto trenta, facciamo trentuno! e per il Magistero in Scienze Religiose sfida le nebbie padane delle lezioni serali: nulla pesa, quel sentiero le sembra il paese dei balocchi e la realizzazione di un sogno nel cassetto. Il traguardo, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, perché nel frattempo la città eterna ha levato il suo richiamo, simile a quello delle sirene di omerica memoria. Che fare, seguire l’esempio di Ulisse e navigare in sicurezza o mollare gli ormeggi e veleggiare verso un futuro incerto? L’invito del Maestro a prendere il largo è troppo forte e troppo bello per essere inascoltato, così fa fagotto e parte allo sbaraglio, una scommessa che poteva sembrare già persa in partenza. Nei primi mesi di permanenza nella capitale il Pontificio Istituto Biblico sembra occhieggiarla burbero, severo nei suoi ritmi di studio pazzo e disperatissimo. Ci sono stati scogli improvvisi, tempeste ciclopiche, tentazioni di cambiare rotta per ritornare alla sicurezza del suolo natio. Ma la bilancia della vita le ha riservato sull’altro piatto, quello più pesante, una strada costruita passo dopo passo ed un lavoro come insegnante di religione nella diocesi di Roma. L’approdo, più che un porto sicuro, le piace interpretarlo come un nuovo trampolino di lancio, perché ama pensare che è sempre tempo per imparare cose nuove.

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