Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

In seguito a questo articolo, ma, in particolar modo, al commento numero 66 e alle annesse risposte, ci è sembrato opportuno, anche per snellire la discussione che rischiava di deviare dal tema iniziale (diventando, come si dice in gergo “off topic”), inserire una nuova proposta di riflessione, che partisse proprio dall’argomento degli ultimi commenti.
All’articolo, è stata aggiunta una testimonianza, con un volto e un nome: quelli di Nicholas James Vujicic.

Le mani alzate dei ragazzi di Sesto San Giovanni
di Massimo Pandolfi, dal blog “Vite Spericolate”, del 12 novembre 2009

fotomontaggio

N.J. Vujicic: “No limbs, no limits!”
(“Nessun arto, nessun limite!”)

Stamattina ho tenuto incontro in un un istituto scolastico a Sesto San Giovanni, nel Milanese, invitato dal professor Pippo Emmolo. L’incontro aveva come titolo “L’inguaribile voglia di vivere”, e prendeva come spunto uno dei miei libri. Erano presenti oltre cento ragazzi dell’istituto di Sesto e di Cusano Milanino, oltre ai loro insegnanti. Prima e dopo l’incontro, hanno tenuto un breve spettacolo alcuni ragazzi del centro diurno disabile di Cusano Milanino, a dimostrazione proprio di come la realtà può offrire a chiunque – proprio a chiunque: a tutti! – una chance per dimostrare il proprio essere, la propria identità, il proprio talento, il proprio esserci. Insomma, la propria felicità, sì. Al termine del mio intervento, abbiamo dato spazio al dibattito.
Mi ha colpito l’intervento di uno degli studenti presenti (si chiama Poldo). Ha detto: “Ammiro quelle persone che riescono a vivere con quella disabilità (riferendosi ai protagonisti del mio libro) ma se capitasse a me, io dico subito che preferirei morire piuttosto che vivere in quel modo”.
Ho preso la palla al balzo e ho detto: “Bene Poldo, rivolgo un quesito a tutti voi qui presenti in aula adesso: chi è d’accordo con Poldo alzi la mano”.
Secondo voi come è andata? E’ andata come immaginavo andasse: un buon 70-80% degli studenti ha alzato la mano. E hanno fatto bene questi ragazzi, perché evidentemente la pensano, la vivono, così. Sarebbe stato da ipocriti non alzarla quella mano. In fondo la nostra società non fa altro che inculcare una certa mentalità. E cioè: una vita è degna di essere vissuta solo se sei produttivo, se rendi, se non dai fastidio agli altri, se non soffri, se non fai soffrire parenti, amici e conoscenti.
A quel punto cosa ho detto a questi ragazzi? Ho semplicemente portato la testimonianza di tutti i miei amici disabili, anche gravemente disabili, che ho incontrato in questi anni. Nessuno di loro (e sottolineo il nessuno) prima della malattia avrebbe dato una risposta diversa rispetto a quella data dagli studenti di Sesto San Giovanni.
Poi è arrivata la malattia, la realtà della disabilità e sapete cos’è successo? La cosa più naturale e umana di questo mondo: questi miei amici hanno cambiato idea. Vogliono vivere, anche così, a patto che ci sia qualcuno da amare, a patto che ci sia qualcuno che li ami. Siamo fatti così noi poveri e grandi esseri umani. E questa è la dimostrazione pratica, concreta, di come non servano a nulla i discorsi teorici su cosa vorremmo fare un domani se ci dovessimo trovare in una determinata condizione. Inutile girarci attorno: non lo sappiamo. Siamo degli uomini, non dei robot. Ed è un uomo, uno splendido uomo, lo studente che ha preso la parola alla fine dell’incontro.
Ha chiesto di intervenire mentre stavamo congedandoci. Si chiama Gabriele, è costretto in una carrozzina e ci ha detto: “Vivo in questa condizione e forse da dicembre dovrò essere ventilato artificialmente durante la notte per respirare. E’ dura, amici”.
Non ha chiesto aiuto, compassione o chissà cosa: ha esposto un suo semplice e normalissimo stato d’animo. Ha esposto la realtà. E allora noi che siamo qui, magari un po’ più abili fisicamente, oggi, di Gabriele, sì che possiamo fare una cosa e lo chiedo ai ragazzi che ho incontrato a scuola: alziamola di nuovo quella mano, ok, ma proviamo ad alzarla per accarezzare Gabriele. Per stargli vicini, per rendere meno dura la sua realtà, per imparare anche dalla sua unicità quanto è bella la vita, quanto è irripetibile ogni istante che ci viene donato.

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