Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Formula-1-vince-Button-tutto-il-resto-e-noia_main_image_objectFangio, Ascari, Mansell. Brabham, Williams. Senna, Prost, Arnoux e Villeneuve.

Nomi che evocano imprese, nella Formula Uno che ha fatto la storia dei motori. Il Belpaese crebbe, da sempre, all’ombra di questi giganti del volante, a metà strada tra mito e leggenda, tra sogno e realtà. Stiamo assistendo ora al declino di uno sport, un tempo bello ed emozionante, che riuscì nella rara impresa di unire l’Italia. Continua ad aumentare il disinteresse per uno sport che, una volta, era praticamente lo sport nazionale della domenica pomeriggio, che sapeva tenere incollati ai televisori intere famiglie, scatenare dibattiti e accendere il tifo e la passione.

Quattro ruote che girano a velocità impressionante, un motore e tanti valorosi piloti che si sfidano a ritmi forsennati, su piste d’asfalto lucente. All’arrembaggio colorato, chiassoso e poco professionale dei primi anni, sono seguiti la ricerca di sicurezza, l’arrivo delle prime sponsorizzazioni e l’incremento del giro di denaro realizzato attraverso le corse automobilistiche, in un tour capace di toccare ogni angolo (o quasi) del pianeta. Fino a giungere all’attuale Gran Circus della Formula Uno, in cui lustrini e paillette hanno ormai preso il sopravvento, in cui la tecnica è giunta a livelli sopraffini, ma il regolamento si è trasformato in una corsa, sì, ma ad ostacoli, tra cavilli insensati e inutili ai fini della gara. E in cui il livello del divertimento e del coinvolgimento del pubblico si sta pericolosamente avvicinando allo zero.

 

Sarà un fenomeno irreversibile oppure si troverà, ancora una volta, un rimedio a questa situazione sportiva che si va facendo sempre più insostenibile per gli amanti di questo sport, ormai abbastanza stanchi di sentirsi presi in giro dai responsabili e dagli organizzatori dei Gran Premi? Questi ultimi, ormai unicamente preoccupati di aumentare gli introiti, disposti a mettere all’asta la propria coerenza, pur di rispettare il politically correct, responsabili di questa grande “macchina da soldi”, sembrano non prestare attenzione alla disaffezione ormai diffusa e al conflitto ormai aperto, seppur non eclatante e vistoso. O, almeno, paiono impotenti e incapaci di reagire di fronte a questo, dal momento che tutti i provvedimenti presi, tramite il regolamento per vincolare maggiormente le vetture e aumentare la spettacolarità, altro non hanno ottenuto che un livellamento delle competizioni, una stagnazione dei valori in pista e una sostanziale staticità complessiva che contribuiscono solamente ad un risultato: la noia.

Aumenta la tecnologia, le vetture i fanno più sofisticate, più sensibili, più veloci, più reattive ai comandi. L’alettone diventa modificabile addirittura in corsa, tanto che è stato necessario stabilire regole precise sul quando, dove e come si potesse agire su quest’assetto dell’aerodinamica. E, non più da mesi ma da anni ormai, ritroviamo i piloti in griglia unicamente in base alla scuderia, a coppie di due, precisi e ordinati, pressoché incapaci di superarsi  tra auto differenti, perché ingabbiati entro un divario ostile ai sorpassi. Prigionieri di creature tecnologiche che hanno preso il sopravvento, moderni Frankenstein in libera uscita, svincolati dai propri creatori e ormai aventi vita (quasi) distinta.

Questa nuova Formula Uno, nata per celebrare il genio umano capace delle grandi invenzioni, quelle che nacquero dalla fantasia e si sono dispiegate in realtà secondo i dettami della tecnica, sta finendo col diventare tristemente la tomba per l’umano potere e sapere, e la celebrazione dell’impotenza.

I piloti sembrano aver perso peso specifico rispetto al risultato finale: demotivati, deconcentrati, sembra siano incapaci di prendere pienamente possesso del proprio mezzo, quasi ne siano, al contrario, in balìa.

E così, la “vendetta” pare ormai essersi consumata: come nei più drammatici film di fantascienza, le macchine hanno ormai preso il sopravvento. A vincere non sono più gli uomini; i piloti non sono più in grado di fare la differenza. Non basta un ottimo pilota su una macchina discreta per vincere un campionato. Al contrario, è condizione non solo necessaria, ma anche sufficiente, avere un’ottima vettura. Chiunque sia il pilota.

La celebrazione dello sforzo umano si è tragicamente trasformata nella propria parodia, diventando celebrazione della sconfitta dell’uomo.

Esagero? È solo uno sport?

Non sono allarmata: ancora la parola “fine” non è stata scritta. Ancora nulla è perduto.

Ma, molto spesso, lo sport è uno strumento fantastico, che riesce ad amplificare quei dettagli che, altrimenti, andrebbero perduti. È uno sport, ma il dato di fatto che ci mostra è reale, e dovrebbe aiutarci a riflettere su chi vogliamo essere e cosa raccogliere di quanto ci offre la tecnologia (perché mi pare evidente che tutto non potrebbe mai essere una risposta accettabile).

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