Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Cenerentola

Un fluttuare ininterrotto di gente pellegrina. Ore di attesa e chilometri macinati per sostare tre minuti a contemplare un Volto tumefatto dal dolore, un corpo bastonato dalle percosse, un Uomo sconfitto nella sua profezia. Perchè la Sindone è l’immagine di un racconto: quello del Cristo di Nazareth. E’ anche il racconto di un’immagine: quello dell’umano irriso e deriso. Un popolo si muove per affacciarsi su quel mistero: è paradossale che nell’epoca della bellezza cercata a tutti i costi e con qualsiasi mezzo ci sia chi, tra costoro, si mette alla ricerca dell’esatto suo contrario: il racconto di un dolore, la scena di una passione, la storia di un Crocifisso. Paradosso o ambizione?
Paradosso e ambizione al medesimo istante, dal momento che quel Volto è l’immagine per antonomasia della storia più ambiziosa e paradossale mai prima e poi raccontata: quella cristiana. Che racconta di un Dio capovolto: non più l’uomo che muore per Dio ma un Dio che muore per l’uomo. Di una Bellezza che si lascia ferire per riannunciarsi qualche giorno dopo ancor più accecante: come un fiume carsico che scompare per poi riapparire. Come Dio, la cui assenza certuni giorni altro non sembra che una più ardita presenza: da cercarsi, però. La Sindone, dunque, come il racconto di un paradosso, un quasi rebus: “Unisci i dettagli e narrami ciò che vedi”. Solo il cristiano può tentarne la soluzione senza apparire ingenuo o pericolosamente illusionista. Perchè scoprire dietro il fallimento un anticipo di vittoria, dietro l’oscuro del male il chiarore dell’amore, dietro il silenzio la compagnia è roba che fece mettere sulle graticole i martiri per cuocerli di derisione e compatimento.
Eppur quell’immagine giace lì, a disposizione. Tre minuti e basta: il tempo necessario per porgere lo sguardo, per abitare una Presenza, per strappare una compagnia. Perchè è di compagnia che si parla dietro quei fili di lino. Al viandante che insegue la bellezza, quel lenzuolo ne presenta la traccia e un anticipo: non ci sarà bellezza senza sofferenza, non ci sarà gioia senza libertà, non ci sarà fedeltà senza rischio. Ogni bellezza tiene un suo attrezzo per farsi decifrare: lo specchio di Cenerentola, lo specchio d’acqua di Narciso, lo specchio magico di Biancaneve: «Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?». Agli specchi Cristo preferì un lenzuolo, giacchè le lenzuola narrano l’intimità. Dei gesti amorosi, dei pensieri notturni, degli amori fugaci: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Tra lo specchio dell’inganno e il lenzuolo del mistero, tre minuti. E una domanda appena dopo l’uscita: “Che te ne pare? Cosa senti dopo avermi guardata?”.
Tutti in fila, a rimuginare su di una bellezza abbruttita, cioè una non-bellezza. Eppur ad uomini e donne cultori di quella profana, tutto ciò non suona inutile. Anzi appare quasi consolatorio. Perchè quel Volto non è l’immagine di una storia straordinaria, ma della più ordinaria tra le storie narrate: quella di Chi, deriso, non maledisse la bellezza ma ne trasfigurò il significato. Non poco per uomini e donne mai assetati di normalità come in tempo di effimere eccezioni.

(da Avvenire, 21 giugno 2015)

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