Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

bambiniCon un grazie per aver fregato il mondo adulto: firmato Gesù di Nazareth. Il mondo perfetto, ordinato e composto degli adulti: quello dove tutto è a posto, quello con giacca e cravatta, quello bisbetico e tracotante del formalmente corretto. Poi arriva Lui – Signore del tempo e della storia – e con un colpo d’ali spiazza tutti parlando al cuore dei bambini, ovvero il mondo ingenuo, variopinto e duttile di chi nasce così somigliante al Dio che l’ha ideato e lanciato nell’avventura della storia. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Un Dio che si sveste, si rivela e spiega le sue seducenti forme al cospetto di chi c’ha ancora lo sguardo tenero, carnale e saporito come quello dei bambini. A loro ha scelto di rivelare le cose più belle, più profonde e meno scontate della storia: perché solo loro potevano avvertirne la disarmante bellezza e la profonda altitudine di quelle intuizioni divine. Tutto perché i bambini conoscono l’alfabeto della bellezza, quell’intrigante madonna che non fa provare paura quando si scorge il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano nei crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna. I bambini non hanno paura di annunciare la bellezza di Dio su tutta l’arcata della cattedrale dell’universo. Gli adulti sì: ecco perché Dio non poteva rivelarsi ai sapienti e agli intelligenti ma doveva per forza scegliere i bambini. Loro l’avrebbero vivisezionato nelle loro aule di teologia, l’avrebbero tramutato in leggi di economia e di profitto, ne avrebbero alterato le sembianze pur di far tornare i loro conti di rabbini. I bambini, invece, al cospetto di così grande premura divina se Lo sono stretti addosso fino a farlo diventare il loro vestito.

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
(Dal Vangelo di Matteo cap. 11 vv 25-30)

I bambini ogni tanto alzano il capo, ci danno un colpo d’ali, s’improvvisano attori navigati sul palcoscenico della storia. E c’imbarazzano perché a loro Dio ha dato la faccia tosta d’essere liberi e suadenti, amabili e incantatori, vecchie anticaglie che parlano di Lui e non strumenti arrugginiti di bottega. Loro sono bambini, non sono rabbini: ecco perché il loro linguaggio è semplice, diretto, anticonvenzionale, disarmante. Perché hanno ricevuto in anteprima da Dio la confidenza delle Sue cose. Se Dio fosse un generale sarebbe certamente uno di quelli cantati dalla storia, il cui motto era sempre quello: andare, conquistare la terra e tornare. Se Dio fosse un generale i bambini sarebbero uno stuolo di piccoli Filippide. Ricordate l’episodio di Filippide, il maratoneta che nel 490 a.C. partecipò alla battaglia di Maratona: gli ateniesi contro l’immenso esercito Persiano! Fra tutti gli Ateniesi erano rimasti in città solo donne, i vecchi e i bambini. Si erano assiepati sui muraglioni per scorgere se giungeva da lontano qualcuno che recasse lieti annunzi. Questi fu Filippide, che fece di corsa i 42 km 195 m. che separavano la pianura di Maratona dalla città di Atene. La gente lo vide comparire. Quando arrivò sotto le mura. Gridò: “Rallegratevi, abbiamo vinto!” e crollò al suolo. La morte dopo l’urlo di vittoria: il destino di chi crede che la speranza non è ancora morta. Il grido dei bambini che cantano vittoria guardando gli aquiloni.
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Se non veniamo da te, Signore, da chi andremo? Tu solo sai ascoltare le grida del bambino che ognuno di noi una volta è stato.

Tanti anni fa, in Cina, vivevano due amici. Uno era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era molto bravo ad ascoltarlo. Quando il primo suonava una canzone che parlava di montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti”. Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva estasiato: “Sento scorrere l’acqua tra le pietre”. Ma un giorno quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde dell’arpa e non suonò mai più.

Il mondo sente, tu ascolti. Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie: ascoltare è sedersi vicino, concentrare l’attenzione su di lui, non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo, con gli occhi, con le mani. Ascoltando permetti al sogno di librarsi in volo. E i sogni sono l’impossibile divenuto storia. Il padre di Pascal gli nascose i libri di matematica. Il padre di Petrarca gli bruciò i libri di latino. Il padre di Strauss non voleva che il figlio studiasse musica. Il padre di Michelangelo voleva un figlio commerciante. Ma nessuno di essi si fermò. I bambini non li ferma nessuno: sono la traccia di Dio nella storia. Perché Dio ha rivelato loro il perché della sua insopportabile Bellezza. E ha iniziato ad impollinare l’umanità coi loro stringenti sorrisi.

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