Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

unterkircher1.jpg28 giugno 2008 – Campo Base ai piedi del Nanga Parbat. Terzo (e ultimo) comunicato stampa di Karl Unterkircher, scalatore altoatesino: "Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio e se ci chiama dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare?" E conclude: "Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!"  Il 16 luglio 2008 una scarica di ghiaccio lo inghiotte nella montagna maledetta poco sopra i 6000 metri. Dileguato lassù dove la passione lo aveva convocato. Come Patrick de Gayardon, l’erede dell’Icaro mitologico, nel 1998 alle Hawaii. O Ayrton Senna nel 1994 sul muretto del circuito di Imola. O Tom Simpson nel 1967 sulle rampe del Mont Ventoux. E’ il richiamo dell’estremo, un fremito che batte nel petto, che schiude l’immaginazione, che ingrandisce la fantasia. Ma l’estremo non è mai improvvisazione, come s’afferma troppo spesso nelle osterie ubriache di scemenze. L’estremo è ricerca, studio e proiezioni. Calcoli, probabilità e tentativi. E’ un limite da superare, una meta da conquistare, una barriera da infrangere. E’ ragionevolezza, studio, calcolo, programmazione, pianificazione. Applicazione massima. E’ scoprire qualcosa per il quale valga la pena di spendere l’esistenza, il quotidiano allenamento, l’appassionante sfida della vita. La vita stessa poggia su estremi da pedinare: nel cuore, nella mente, nel fisico, nella natura. Nell’anima. Magari non bastano gli anni a raggiungerlo, ma rimane il brivido esaltato d’averci provato. D’aver tentato, d’essere uscito dal gregge dell’impossibile. Tanto il difficile non abita l’estremità, ma la partenza: quando, nel villaggio natìo, nessuno capirà cosa custodisca di magico quella parete inviolata, quello sperone di roccia, quel limite da sbriciolare. Vincere è partire. Poi qualsiasi montagna emetterà il suo verdetto. Ma è inseguendo l’estremo che l’uomo s’innalza, s’inabissa nel profondo, matura e fa maturare. Scoprendo che ogni limite abbassato è solo il punto di partenza di un altro estremo sul quale agganciare lo sguardo.
Per non addormentarsi.
Pure il Vangelo, Parola Estrema per eccellenza, addita l’estremo come misura esatta del sano vivere: "trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra" (Mt 13,44-52). Non che la perla faccia guadagnare se la rivendi. No: la perla è il tutto che da sola vale il rischio di un folle investimento. Parola di Zaccheo e di Levi, di Maddalena e di Veronica. Di Pietro, Rut e Giobbe. La Scrittura pullula di esistenze viaggianti sulle estremità.

Perché ormai si sa che anche Dio, fine intenditore di scommesse e di bellezze, s’innamora di coloro che giocano grosso.
Non di quelli che si limitano a disquisire sulle istruzioni per l’uso.

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