Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

UrDeiCaldei

Alla fine ha vinto (ancora una volta) Pietrofrancesco. Il grande sogno del califfato nero era d’issare bandiera nera a Piazza San Pietro: quello del Papa era di entrare in guerra per imbastire una guerra alla guerra. L’ha avuta vinta lui, liberando una colomba bianca, in segno di pace, sopra il cielo di Mosul. Il messaggio, alla fine, è stato di una chiarezza persino indisponente: nessuna follia umana impedirà la rotazione delle stelle. E nessuno, in nessuna parte del mondo, avrà mai il diritto di mettere i piedi in testa al fratello, tranne nell’attimo in cui si desidera toccare le stelle l’uno in spalla all’altro. Adesso che Pietro è rincasato – e il califfato avrà motivi in più per poter autosuicidarsi, invece che per autoproclamarsi vincitore – per me questo rimarrà il viaggio delle stelle. Certo: Najaf, Qaraqosh, Mosul, Erbil. Tutte tappe di una via lucis in stato di guerra, via Baghdad. Il Papa in Iraq, però, rimarrà Francesco nella piana solitaria di Ur dei Caldei. Lì, in quel deserto così spettrale da essere anche poco conteso da chi ama fare la guerra in nome di Dio, Papa Francesco si è improvvisato poeta. Ha chiesto aiuto alle stelle per parlare, con Abramo, ai suoi figli: gli ebrei, i cristiani, i mussulmani. Alle stelle perché – come amava dire San Massimo Confessore – le stelle sono in cielo, come le lettere dentro un libro. Costruirà sempre troppo in basso chi costruirà al di sotto delle stelle: «Sta a noi avere il coraggio di alzare gli occhi e guardare le stelle, le stelle che vide il nostro padre Abramo, le stelle della promessa» ha scandito Francesco, appartenente al casato di Abramo.
Le stelle, quelle della promessa, la più grande: che la verità nessuno potrà possederla in maniera completa. È una, la verità, certamente: ma ogni discendente d’Abramo l’avverte in maniera diversa quest’unica verità. Cristo stesso non fu così strafottente da dire di possedere la verità: disse d’essere la verità, che è l’affermazione più umile che esista. La verità è nel Cielo, le stelle sono chiavi per entrare nel Cielo: «In cielo c’è una stella per ognuno di noi – scrisse C. Bobin -, sufficientemente lontana perché i nostri dolori non possano mai offuscarla». E’ una verità bella, è di una bellezza così inarginabile, anche inesprimibile, d’essere la Bellezza stessa, quella maiuscola: il filo invisibile che tiene unite tutte le cose, che impedisce alla fraternità di farsi fratricidio, che senza lasciarsi possedere ci possiede tutti al pari di una madre. È una pluralità unita, ciò che le stelle vedono dall’alto della loro bellezza. «Noi che siamo discendenza di Abramo e rappresentanti di altre religioni – continua Papa Francesco – sentiamo di avere questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle ad elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno perché non bastiamo a noi stessi». Non “si salvi chi può”, ma “nessuno si salva da solo!”
Riparte dalle stelle l’ecumenismo del Papa argentino: la loro natura basta agli uomini e alle donne di buona volontà. Non serve mica gridare per avere più attenzione: le stelle stanno in silenzio, eppure c’è chi le guarda per ore. Di più: per milioni di anni. Quelle di stasera sono le stesse stelle di Abramo, pongono la stessa domanda dello scrittore assai caro a Bergoglio: «Era una notte meravigliosa – scrive Dostoevskij in Notti bianche – , una di quelle notti che possono esistere solo quando siamo giovani. Il cielo era così pieno di stelle che, a guardarlo, veniva da chiedersi: ma è possibile che vi sia sotto questo cielo gente collerica e capricciosa?» È la domanda che il Papa, pellegrino penitente, ha condiviso col mondo da Ur dei Caldei: Dio perde il tempo per fare le stelle e i fiori nonostante all’uomo piaccia essere litigioso, abitare in guerra. Mario Rigoni Stern, patriarca letterario della mia terra vicentina, formulò più o meno lo stesso auspicio: «Nella vostra vita vi auguro almeno un blackout in una notte limpida». Cadere, col volto rivolto al Cielo, è promemoria di rialzata: le stelle cadenti sono la dimostrazione che si può essere bellissimi soprattutto quando si cade. A Ur dei Caldei, Pietro si è improvvisato poeta: ci ha ricordato che siamo tutti figli(astri). Figli delle stelle, quelle che incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra senza distogliere gli occhi dal cielo. 
Per aspera ad astra.

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