Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

tifoseriaInnamorati e devoti fino alla morte. Tanto da sistemare sopra le tombe le sciarpe dei club o le maglie numero 10: di Totti e del Piero, di Di Canio o di Legrottaglie a seconda del credo professato. E Monsignor Giuseppe Lanfranconi di Genova, 86 anni, ha alzato la voce: “Ci sono più magliette della Sampdoria e del Genoa che simboli religiosi”. Quel pallone che rotola sul campo viaggia tra l’amore folle e la delusione dai risvolti inaspettati: come la sorte toccata in questi giorni al Calcio Padova. Pare esistere sempre meno la via di mezzo, perché il tifoso compra un biglietto per divertirsi, per esultare, per gustare sprazzi di bel gioco. Quando la partita s’infiacchisce e non accende più l’emozione allora iniziano i fischi, gli sfottò, gli insulti che, ragione non giustificabile, arrivano fino alla violenza che abita sempre più i nostri stadi e le nostre domeniche. Ci sono sconfitte arrivate in capo ad una partita esaltante, pareggi guadagnati da entrambi gli schieramenti con caparbietà e passione, competizioni che pur deludendo nel risultato hanno acceso forti sentimenti. S’oppongono a tutto i tifosi: l’amore per la squadra, la resistenza dei 90′ in piedi sotto pioggia e neve, i canti a squarciagola, la stanchezza del viaggio, il panino inghiottito in fretta. Tutto sopportano, tutto sperano, solo una cosa l’infastidisce sino alla noia (è proprio il caso di dirlo): che i loro eroi della domenica siano in campo distratti, svogliati, disattenti. Stessa sorte dal Meazza di Milano all’ultimo campetto di periferia appostato dietro il campanile del paese.
La violenza non trova mai giustificazione, ma l’amarezza del tifoso nasconde la rabbia d’aver perso tempo, soldi e passione nel vedere una competizione annoiata e priva di spunti d’interesse. Gli ultras accusano i giocatori: le ore sono troppo piccole per poter poi rendere in campo. Chi li difende punta sulla giovinezza e sul diritto di divertirsi. Forse dimenticando che ci sono altrettanti giovani della loro età – operai, postini, impiegati, supplenti, autisti, universitari – che la sera rincasano presto per essere poi concentrati sul lavoro al sorgere dell’alba e guadagnare molto meno. Perché il segreto di una vittoria molto spesso sta nella concentrazione. E lo Special One di Setubal approdato all’Inter, apparentemente burbero e severo, della disciplina umana e sportiva sta facendo il suo cavallo di battaglia. Senza guardare in faccia ai cognomi e alla prestanza. Lo sport riesce ad esaltare nella misura in cui chiede l’esigenza: è dalla concentrazione e dal riposo, oltrechè dalla classe, che nascono acrobazie inimitabili, gesta eroiche, dribbling che emozionano e vincono. Il Baggio nazionale non nascose mai la necessità di dormire otto ore e di lavorarne altrettante senz’essere protagonista di gossip mondani: ma, varcato il tappeto verde, tanto di cappello. S’andava allo stadio perché c’era Baggio.
A inizio campionato Il Mattino ha indetto il concorso “Rispetta il tuo avversario, rispetta te stesso”. La lezione di questa domenica, forse, chiederebbe un’aggiunta: “Rispetta il tuo tifoso”. Per onorare il contratto del patron, la fiducia del tecnico, l’attenzione e la stima della curva.
Fior di campioni si lamentano quando son costretti a giocare le partire a porte chiuse: manca lo spettacolo, l’incitamento, lo sprone. Segno che il tifoso è necessario per uno svolgimento colorato e appassionante della partita. Il vero tifoso, da parte sua, è encomiabile: sopporta tutto, persino i tornelli, le telecamere e gli stewart.
Ma s’imbestialisce se preso in giro dalla svogliatezza del suo beniamino.

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