Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

G8I grandi del G8 discutono, il Santo Padre scrive un’enciclica, i benzinai scioperano, Amadinejad s’allinea nel promettere vendetta a chi s’opporrà alla sua folle politica. La crisi improvvisa della Cina, il futuro del pianeta, la ricostruzione de L’Aquila. Facilmente la cronaca mondiale offusca la preoccupazione della piccola città dove, senza accorgercene, la devastazione trova la sua voracità nella sua impercettibile e insospettabile invadenza.
C’era un tempo in cui il termine “normalità” teneva una sua eleganza, una sua finezza e una sua gaia considerazione: era l’equivalente di compostezza, allineamento di valori, comportamento irreprensibile. Una vita normale significava né più ne meno che una vita semplicemente vissuta in allegria, armonia e serena coabitazione. Tramontato quel tempo, lo stesso termine divenne simbolo d’assuefazione, d’omologazione, d’incapacità di profezia, di una vita traghettata nell’anonimato. Un pericoloso fraintendimento che porta in questi giorni la firma di un’altra ciurma di “bulli” denunciati in provincia. Oltre l’apparente goffaggine, l’astuta giovinezza e la monotona sequenza delle azioni (fin troppo quotidiane per rubare spazio alla cronaca), intriga la motivazione firmata in fronte alla polizia: pensavano di fare una cosa normalissima. E questa cosa normalissima va sotto il nome di ricatto, intimidazione, percosse e ingiurie. Cose che la letteratura giudiziaria relega tra capi di seria imputazione ma che, nel variopinto pensare italico, stanno alleggerendo la loro identità sotto i colpi battenti di star improvvisatesi tali per frequentare, a disonore, i palazzi della giustizia. Perchè se le parole diventano presto armi, allora il risultato sarà un risultato bellico. Ma sembra che la conseguenza non importi più di tanto: al massimo spetta loro il carcere. Che, comunque, sembra essere molto più gratificante e convincente della noia che li divora nel quotidiano.
Disarmante il fatto che tra i grandi temi che dettano il meeting dei potenti, l’arte dell’educazione non trovi mai posto nelle discussioni e nelle tavole rotonde. Eppure è attraverso di essa che passa la fine o il restauro di un pianeta, la giusta lettura di una crisi globale, la nascita di una nuova cultura dell’uomo, il futuro di una civiltà che sposi l’umanità. Ne accenna il Papa e tutti s’allineano, ma nulla di più: le parole non trovano poi linfa e la sua presenza abbellisce solamente il volto di un’Italia che si può permettere la sua benedizione sul G8. Avendolo in casa. Forse che l’educazione è un’arma a doppio taglio: perchè in un’epoca in cui “educazione” e “maleducazione” tendono a sostituirsi fino a convincersi che l’educato sia il maleducato, chiunque ne voglia parlare deve cominciare dall’interno esponendo se stesso. Perciò è tentato di rinunciare alla sfida. Ma rinunciare a tale sfida significa accettare che questi grandi summit si riducano a pic-nic internazionali in cui vantare miracoli, esibire presunte abilità, nascondere una trasparenza che il paese da tempo va chiedendo. Perchè se è normale affermare una cosa e mentirla nello stesso istante, compiere un atto ed esserne immune, frequentare e giurare l’estraneità, manipolare la realtà e lodare la verità allora quei giovani non sono altro che lo specchio di provincia di uno stile nazionale: hanno agito nella normalità che uccide la speranza. Ma non ci può essere desiderio senza speranza.
Educare un popolo è accendergli la passione, suscitargli l’interesse, costruirgli un futuro. Prendersi a cuore la sua dignità e il suo progresso. Attenti e intelligenti di fronte ai minimi sussulti perchè una piccola fessura oggi, domani vanterà la forza di una crepa e dopodomani la furia di un terremoto: anche a L’Aquila, mesi orsono, tante case son cadute per negligenza di costruzione!
“Sapienti sat” (“questo basta a chi capisce”) solevano dire gli antichi romani.

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