Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

sudafricaSportivamente parlando l’Italia all’anagrafe registra sessanta milioni di allenatori: basta un bicchiere in mano, un tocco di pallone e un mega-schermo all’osteria per disquisire di calcio ad altissimi o penosissimi livelli. D’altronde l’Italia – ora che anche la Costituzione è divenuta vecchia e da rifare – non sarà più una repubblica fondata sul lavoro, bensì una specie di repubblica fondata sul calcio. Che, coerentemente con l’economia globale, ha dichiarato nell’Africa di Mandela la sua crisi generalizzata: d’inventiva, di creatività e di stupore. Al Sestriere, complice l’aria sana e il clima che favoriva la freschezza mentale, il condottiero Lippi campeggiava sicuro nelle sue scelte: come ogni buon allenatore che si professi tale. E se ne infischiava altamente, con perfetta eleganza, delle critiche mossegli circa i talenti lasciati a casa. D’altronde si sa: Lippi è Lippi, l’eroe della notte di Berlino, il condottiero ritiratosi vincitore dopo aver alzato la Coppa al cielo. Ma per una strana nostalgia – che l’accomuna a Lance Amstrong e Michael Schumacher – ha accettato di rientrare per salvare le sorti dalla disfatta della gestione Donadoni. Rientrato da vincitore se ne ritorna da sconfitto, direttamente dal girone eliminatorio.
A lui il merito d’aver portato la Coppa del mondo in Italia dopo ventiquattro anni di astinenza: tanto di cappello, nonostante quel clima processuale che un po’ ha offuscato la festa di Casa Azzurri 2006. Ma il condottiero di Viareggio fra qualche anno, cacciato magari ad allenare qualche nazionale del Sud del Mondo, forse s’interrogherà sulla sua troppa sicurezza. Quella sicurezza che lo mise eternamente in conflitto col Baggio nazionale quando, dai campetti di provincia alla nazionale, gli fece pagare forse il prezzo di una popolarità conquistata col sudore della fronte e con la fiducia sconsiderata della gente. E poi con quel genio venuto dalla Bari Vecchia, quel Cassano che tante deprecazioni gli ha sempre riservato per il semplice fatto di non averlo considerato. Certamente Cassano è un campione: e come tutti i campioni viaggia sempre in prima classe tra la polvere e l’altare. Forse Lippi una qualche chance doveva pur dargliela dopo la trasformazione umana carpita nel silenzio di Marassi: un giovane può sbagliare, divenire esageratamente antipatico, campeggiare sempre sopra le righe. Ma di una cosa si dovrebbe tener conto: della capacità di saper capitalizzare gli errori che si compiono: come l’Ivan Basso del Giro appena concluso. Dietro un campione prima che una palla ci sta una storia; e come tutte le storie la traduzione è sempre delicata da decifrare perchè ogni traduttore è un po’ traditore. Ma Cassano con l’amore sembra aver ritrovato la sua serenità, quell’ambiente sano e profumato che serve a tener ordinato il cuore: tanto di un campione quanto di un onesto gregario.
Dal Sudafrica torna una nazionale battuta: non sarà poi la fine del mondo. Ma se ne torna anche la certezza che dietro al calcio c’è una ricchezza di sport, di culture e di tradizioni che sono stanche di vedersi offuscare il sentiero da un pallone che non sempre assicura gioie e soddisfazioni. In questo senso il nostro mondiale è la faccia vera dell’Italia: a parole siamo sempre vincitori e anticipatamente fuori dalla crisi, sul campo da gioco non siamo però esentati dal vederci presentare un conto salato, con l’obbligo di starcene zitti.
Speriamo solo che qualcuno non proponga il nome del vecchio ct come Ministro per l’Attuazione dello Sport: l’immunità di cui godrebbe segnerebbe la fine di Cassano e di chi, come lui, vive in bilico tra creatività e follia.

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